La nuova ricerca del Graal

C’è un paradosso singolare, quasi ironico, della nostra epoca: siamo circondati da risposte. Ovunque. Le intelligenze artificiali anticipano i nostri dubbi, i motori di ricerca sembrano leggere nei pensieri, gli algoritmi completano frasi che non abbiamo ancora formulato. Ma più si moltiplicano le risposte, più si assottiglia la nostra capacità di formulare domande. È come se l’atto antico del domandare si fosse incrinato, sostituito dalla tentazione di accontentarsi di ciò che ci viene restituito da una macchina.

T.S. Eliot lo aveva intuito già nel 1934, quando scriveva ne The Rock: «Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nel sapere? Dov’è il sapere che abbiamo perduto nell’informazione?». Oggi potremmo aggiungere un terzo gradino: dov’è l’intelligenza che abbiamo perduto nelle risposte automatiche?

La letteratura medievale lo aveva previsto con una chiarezza sorprendente. Nel Conte du Graal attribuito a Chrétien de Troyes, Perceval arriva finalmente al castello del Re Pescatore. Osserva la processione del Graal, vede la sofferenza del re, percepisce un mistero più grande di lui. Ma resta in silenzio. Non pronuncia la domanda decisiva. In Wolfram von Eschenbach, autore del Parzival, lo si dice in modo ancora più diretto: «Nessuno può diventare cavaliere del Graal se non conosce la domanda che guarisce».

Qui è già scritto tutto ciò che oggi sperimentiamo: il mondo può metterci davanti il Graal, ma senza la domanda giusta non riusciamo a riconoscerlo.

Il punto è che la domanda vera non nasce mai da una procedura. Non è il prodotto di una tecnica. È l’esito di un attraversamento. Di un inciampo, di un limite, di una ferita. Le esperienze che permettono di formulare una domanda autentica non sono mai lineari: sono la solitudine di chi cerca una direzione, il fallimento di un progetto in cui si credeva, l’incapacità di comprendere ciò che appare evidente, l’esitazione davanti a un bivio.

Anche la grande letteratura moderna lo conferma. Jorge Luis Borges, nella Biblioteca di Babele (1941), immagina un universo composto da libri infiniti: «La Biblioteca è una sfera il cui centro indeterminato è qualsiasi esagono e la cui circonferenza è inaccessibile». È il luogo delle risposte totali, ma proprio per questo privo di senso. Mancando la domanda, la conoscenza si dissolve nel rumore.

La filosofia non dice nulla di diverso. Martin Heidegger, in Che cosa significa pensare?, scrive che «la domanda è la pietà del pensiero». Domandare significa riconoscere il limite del sapere, esercitare un’attenzione responsabile verso ciò che non comprendiamo. Senza domanda non c’è pensiero: c’è solo calcolo.

E quando nel 1979 Douglas Hofstadter, in Gödel, Escher, Bach, descrive l’intelligenza come un movimento ricorsivo, capace di “risalire di livello” per interrogare se stessa, sta dicendo esattamente questo: l’intelligenza non è nel rispondere, è nel problematizzare.

La scienza contemporanea offre un esempio straordinario di questo percorso nel lavoro di Giulio Deangeli, ricercatore trentenne che si muove tra neuroscienze, biologia molecolare e intelligenza artificiale. Lauree in parallelo, studi tra Pisa, Harvard e Cambridge, e oggi una startup che sta sviluppando un sistema capace di identificare un’infezione in cinque minuti. Quando gli chiedono quale sia il segreto del suo metodo, risponde con una frase disarmante: «Ho passato tre anni e mezzo a cercare la domanda giusta, e solo mezzo anno a trovare la soluzione».

Perché la soluzione, quando la domanda è ben posta, diventa quasi inevitabile. La domanda, invece, richiede maturazione interiore. Richiede esperienza, studio, errori, intuizioni riconosciute solo a posteriori. Richiede amore per ciò che si ricerca: Simone Weil scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità». Non si domanda se non ciò per cui si prova attenzione.

Le domande importanti non nascono mai in un giorno fortunato. Nascono quando una certezza crolla. Quando un dato non torna. Quando il dolore di qualcuno, o un fallimento personale, apre una crepa nella superficie del mondo. È allora che l’essere umano — e solo l’essere umano — formula la domanda che cambia le cose.

Persino Dante costruisce la sua Commedia non come una serie di risposte, ma come un itinerario di domande sempre più profonde. Nel Purgatorio, quando incontra Beatrice, lei lo rimprovera apertamente: «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice». È un invito alla domanda, non alla contemplazione passiva. La domanda è ciò che mette in moto il viaggio.

Nell’epoca dell’AI tutto questo diventa decisivo. Le intelligenze artificiali sono imbattibili nel generare risposte. Ma restano estranee a tutto ciò che rende possibile una domanda: la sofferenza, l’amore, il fallimento, la responsabilità, il silenzio, l’esperienza della mancanza. Un algoritmo può correggere un testo, classificare cellule, generare immagini; ma non può attraversare una notte oscura dell’anima. Non può dubitare. Non può provare vergogna o stupore. E senza questi elementi — lo diceva già Aristotele — non nasce alcuna domanda filosofica.

Il futuro, dunque, non appartiene a chi saprà ottenere risposte più rapide, ma a chi avrà il coraggio di formulare domande più lente, più profonde, più vere. Le macchine accelerano il mondo: l’uomo, per restare umano, deve rallentare. Non per un romanticismo del passato, ma per preservare l’unico atto cognitivo che non può essere automatizzato.

Forse il nuovo Graal del nostro tempo non è una risposta definitiva, ma l’abilità di trovare l’interrogativo che manca. Il Graal, infatti, non appare a chi accumula risposte, ma a chi sa chiedere. Perceval non fallisce perché non comprende: fallisce perché non domanda. E oggi il rischio è lo stesso.

Nell’epoca delle risposte infinite, la domanda giusta resta il vero privilegio umano. L’unico che non possiamo delegare. L’unico che, come scriveva Eliot, ci restituisce la saggezza che abbiamo perduto nel sapere, il sapere che abbiamo perduto nell’informazione.

E forse anche un’altra cosa:

la misura esatta della nostra libertà.

Bibliografia (APA 7ª ed.)

Borges, J. L. (1941). La biblioteca di Babele. In Finzioni. Buenos Aires: Editorial Sur.

Chrétien de Troyes. (ca. 1180–1190). Le Conte du Graal (Perceval). Paris: Librairie Générale Française (edizione moderna).

Dante Alighieri. (1321). La Divina Commedia. Milano: Mondadori (edizioni moderne).

Eliot, T. S. (1934). The Rock. London: Faber & Faber.

Eschenbach, W. von. (ca. 1200–1210). Parzival. Frankfurt am Main: Fischer Verlag (edizione moderna).

Heidegger, M. (1954). Was heißt Denken? Tübingen: Max Niemeyer Verlag.

(Trad. it.: Che cosa significa pensare?, Milano: Mursia.)

Hofstadter, D. R. (1979). Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid. New York: Basic Books.

Weil, S. (1950). La pesanteur et la grâce. Paris: Plon.

Chioda, E. (2025, 6 dicembre). Giulio Deangeli, l’italiano che insegna al silicio a fare una diagnosi. Milano: «Il Sole 24 Ore».

Deangeli, G. (interventi e dichiarazioni). Interviste e conferenze riportate in articoli italiani e internazionali.