Cartina di Limes

17 novembre 2020

di Gianroberto Costa

E’ di pochi mesi orsono la teorizzazione del rischio di uno scontro che da economico si trasformasse in armato tra Cina e Stati Uniti. la questione è all’ordine del giorno degli osservatori internazionali: come contrastare il dominio e l’espansionismo cinese nei mari della Cina, sia quello settentrionale che quello meridionale

Le isole che circondano quello che sta per diventare un mare interno cinese sono i momenti di attrito piu vivaci. Le isole Paracelso sono contese fra Cina, Taiwan, Vietnam. Le isole Spratly hanno una situazione ancor più complessa, contese fra Cina Filippine, Brunei, Malaysia, Taiwan e Brunei.

Si parla di dominio dell’Oceano Pacifico, ma anche delle rotte marittime che coinvolgono i paesi dell’Est asiatico e che sono vincolate dalla accessibilita degli innumerevoli stretti che permettono il mantenimento di rotte commerciali e scambi economici connessi.

Le alleanze, le differenziazioni, gli schieramenti dei paesi che circondano quella porzione di mare stanno costituendo un sistema di equilibri precari che può infiammarsi in qualsiasi momento.

Trump ha iniziati una guerra economica fatta di dazi e di limiti agli scambi economici alla quale ha tentato di abbinare una novella politica delle “cannoniere” e un formidabile attacco mediatico.

Temi dell’attacco mediatico: dai rischi di un predominio Economic cinese, all’accusa di essere untori del mondo e responsabili della pandemia di Covid19.

E si è continuato come in una partita di Risiko a dividere gli amici dai nemici, elaborando tabelle di schieramento che, secondo alcuni, assicuravano l’equilibrio della zona.

Da una parte i 10 paesi dell’ASEAN, Association of South East Asian Nations: Indonesia, Filippine, Malesia, Singapore, Tailandia, Brunei, Laos, Maymar, Vietnam, Cambogia. Una associazione fra paesi che rappresenta, nell’insieme, la terza forza economica asiatica dopo Cina ed India, la settima forza nell’economia mondiale e 625 milioni di cittadini.

Poi ci sono i paesi alleati della Cina, affidabili o meno. Corea del Nord, Nepal e Pakistan.

Infine il gruppo degli alleati, ritenuti fedeli, degli Stati Uniti: Giappone, Australia, India

Barak Obama aveva tentato in tutti i modi di stipulare un accordo con le vecchie e nuove “Tigri del Sud-est asiatico”, con lo scopo di equilibrare il ruolo della Cina in quel settore mondiale.

Trump é stato di avviso diverso: ha deciso di ritirarsi dalla Trans Pacifican Partnership,TTP, alla quale aderivano ben 11 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam. Questo accordo garantiva, di per se, importanti equilibri trans pacifici.

Ha poi ritenuto di scatenare lo scontro commerciale con la Cina, ritenendo di equilibrarlo con il rafforzamento della alleanza con India e Australia che, in verità, si sono mostrate assai tiepide su questa linea.

La Cina è riuscita a ribaltare totalmente la scena, chiudendo una intesa internazionale che ha messo in un angolo gli Stati Uniti, allontanandone anche gli alleati, sia certi che incerti.L’accordo appena firmato, il protocollo Rcep, Regional Comphrensive Economic Partnership é stato firmato da 15 paesi.

Primo di tutti la Cina, ma insieme a quasi tutti i paesi del comprensorio del Sud Est asiatico. Hanno aderito anche alcuni paesi considerati alleati fedeli degli Stati Uniti come la Corea del Sud, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda o Singapore. Firmatari anche Singapore, Indonesia, Cambogia, Filippine, Brunei, Vietnam, Laos e Myanmar. Unico paese che si è riservata la firma è l’India.

L’accordo unisce 2,2 miliardi di persone ed un terzo del Pil mondiale. Secondo valutazioni di esperti l’accordo permetterà la ricchezza mondiale di 200 miliardi l’anno a partire dal 2030.

Manca l’India, la quarta economia mondiale, che, fino ad oggi, ha scelto una linea fortemente protezionista e che teme una invasione di prodotti cinesi. L’ipotesi di accordo, che permetterebbe l’adesione dell’India, è l’inclusione, nel protocollo, della liberalizzazione dei servizi. Ciò darebbe spazio alla efficientissima industria del software avanzato, fiore all’occhiello dell’economia indiana.

Il premier cinese ha definito l’accordo :” una vittoria del multilateralismo e del libero mercato”.

La Cina ha annunciato, oggi, che, durante il 13° piano quinquennale, il tasso di crescita del PIL è rimato al di sopra del 6%. Lo scorso anno, nel 2019, il Pil cinese ha raggiunto 14,4 trilioni di dollari, con un contributo alla crescita mondiale del 30%.

Toccherà ora a Biden gestire il nuovo scenario con un contesto ormai squilibrato, con una Cina che ha ormai superato la pandemia e dove sarà necessario che gli Stati Uniti siano capaci di invertire, in modo radicale, la propria politica estera, rinunciando alle politiche di scontro e incominciando a aprire collaborazioni, sincere , con l’Europa per prima e poi con la Russia e l’Africa.

Non valgono più le logiche di protezionismo o quelle da guerra fredda. I fatti recenti dimostrano che, quest’ultima, è la linea perdente.