Charles Ponzi

Charles Ponzi nei suoi uffici di Boston 1920 (Wikipedia)

Banca d’Italia e Consob contro le criptovalute. Sono investimenti opachi e serve una legge europea.

Un comunicato stampa del 28 aprile 2021 riporta la presa di posizione sulle crypto-attività di Banca d’Italia e Consob.

E’ una posizione dura e chiara. In una nota congiunta ribadiscono i rischi connessi, in special modo per i piccoli risparmiatori, agli investimenti in criptovalute e altri prodotti simili. Denunciano il rischio della perdita integrale delle somme investite.

Gli enti si erano già espressi con richiami analoghi in passato. In analogo senso avevano preso posizione sin dal 2018 posizione recentemente ribadita l’ European Banking Authority (EBA), l’European Securities and Markets Authority (ESMA) e l’European Insurance and Occupational Authority (EIOPA), dichiarando l’alta rischiosità di questi asset, del loro acquisto e della loro detenzione.

Il comunicato recita: “da tempo si registra sul mercato un interesse crescente, a livello europeo e mondiale verso le crypto-attività come per esempio i Bitcoin.”

I rischi nascono, secondo Banca d’Italia e Consob, dalla scarsa disponibilità di informazioni in merito alla modalità di determinazione dei prezzi, dalla volatilità delle quotazioni, dalla complessità delle tecnologie sottostanti, dall’assenza di tutele legali e contrattuali, di obblighi informativi da parte degli operatori nonché di regole a salvaguardia delle somme impiegate. Segnala anche il rischio di perdite a causa di malfunzionamento, di attacchi informatici, o di smarrimento delle credenziali di accesso ai portafogli elettronici.

Nel comunicato si evidenziano, anche, come investimenti altamente rischiosi i prodotti finanziari correlati ai digital token, soffermandosi su come questi prodotti siano spesso messi sul mercato da operatori abusivi, non autorizzati, non regolati e non vigilati da alcuna autorità.

l bitcoin infatti, come l’ethereum e la maggior parte delle criptovalute esistenti, non ha nessun asset o garanzia sottostante.

Chi acquista un bitcoin sostanzialmente va a remunerare esclusivamente il venditore. E dunque l’aumento di valore della valuta deriva esclusivamente dalla continua presenza di un flusso di acquirenti in grado di sostenerne il prezzo. A ben vedere quindi il funzionamento del bitcoin è molto più simile a quello di uno schema piramidale che a quello di un sistema valutario.

Interessante è la valutazione espressa da Alessandro Guzzini in un articolo apparso su Repubblica il 6 luglio 2019: “L’analisi della distribuzione dei bitcoin va a confermare questa tesi. Secondo il sito bitinfocharts.com, che analizza gli indirizzi dei portafogli che possiedono i bitcoin, la grande maggioranza delle monete virtuali appartengono a pochi individui che probabilmente sono stati tra gli ideatori dello schema. Meno di 2.000 soggetti infatti possiedono da soli circa il 42% dei bitcoin per un controvalore a prezzi di “mercato” di circa 75 miliardi di dollari. Questi individui in media hanno guadagnato poco meno di 40 milioni di dollari ciascuno grazie al bitcoin!

Sotto ai vertici della piramide vi è una seconda fascia fatta da circa 150.000 individui che posseggono il 45% circa dei bitcoin. Anche in questo caso parliamo di soggetti che ai valori attuali possiedono una “fortuna” media di circa 500 mila dollari.

Alla base della piramide ci sono infine circa 25 milioni di soggetti che posseggono da pochi dollari a qualche migliaio di dollari in bitcoin. Si tratta con molta probabilità di persone che sono entrate nel giro del bitcoin negli ultimi 2 anni attirati dalle tante pubblicità e dalla promessa di facili guadagni e che hanno generato i guadagni dei soggetti appartenenti alle “fasce” superiori della piramide. Le loro possibilità di guadagno dipendono dalla eventualità che altri si facciano attirare dallo schema.

Cosa succederebbe, infatti, qualora rallentasse il numero di nuovi utenti di bitcoin? Semplice, il prezzo sarebbe destinato a crollare. Se infatti le possibilità di guadagno del bitcoin sono tutte virtuali e legate all’ingresso di nuovi adepti, il costo dell’infrastruttura è del tutto reale e aumenta man mano che cresce il numero di utenti ed il prezzo unitario del bitcoin.”

Nassim Taleb, l’economista noto per aver predetto nel suo libro “the Black Swan” una possibile pandemia simile a quella che è in corso, definisce i bitcoin una “trovata volatile” e li ha paragonato allo schema Ponzi. Lo schema Ponzi è una truffa piramidale basata su un modello truffaldino ideato da Charles Ponti che promette forti guadagni ai primi investitori, a discapito di nuovi investitori a loro volta vittime della truffa.

Taleb dichiara il Bitcoin un”trucco” e un “gioco”.

Se rallenta il numero dei nuovi acquirenti ai quali sono legate le possibilità di guadagno, il sistema crolla. Il costo dell’infrastruttura invece è del tutto reale e aumenta man mano che cresce il numero di utenti e il prezzo unitario del bitcoin.

Nella storia economica mondiale casi simili si sono ripetuti con una certa frequenza.

La “crisi dei tulipani” fa scuola. Alla fine del XVII secolo la domanda di bulbi di tulipani arrivò alle stelle e con essa il loro prezzo. Venivano comprati solo per la certezza che il prezzo salisse. Una asta deserta ad Haarlem nel 1637. All’improvviso si fermò la domanda, il prezzo precipitò e molte persone persero le loro fortune da un giorno all’altro.

La storia economica passa di bolla in bolla. La bolla della Compagnia del Mississippi. La ricetta è sempre la stessa: una campagna pubblicitaria ad effetto; i primi utili derivano dalla crescita della domanda e quando la domanda si esaurisce si scopre anche che non esistevano quelle ricchezze, tanto decantate, dei territori del Mississippi. Simile la bolla dei “mari del sud” o quella del 1929.

Lo schema Ponzi è alla radice della vicenda della crisi dei subprime e del fallimento della Lehman Brothers e del crack di Bernard Madoff. O possiamo ricordare anche l’ airplane game o gioco dell’aeroplano di moda negli anni 80.

D’altro canto lo schema è quello con il quale fondi gestiti da “dinamici finanzieri” hanno saccheggiato o tentato di saccheggiare il sistema bancario italiano, caricandone i costi a investitori anche autorevoli.

Per quanto riguarda le criptovalute il percorso non sarà dissimile. Attraverso le pagine del Corriere della Sera, Umberto Ambrosoli ci informa che il Center for Alternative Finance dell’università di Cambridge la domanda di energia del network BTC ha raggiunto un picco annuale di 143 TWh: il 4% in più della produzione di energia dell’Argentina.

Il sistema di mining, di certificazione e di generazione della cryptovaluta è fortemente energivora.

L’impatto ambientale è enorme. Lo stesso Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, a fine febbraio, ha denunciato l’impatto ambientale delle criptovalute.

I grandi paesi Cina, Stati Uniti, Europa stanno valutando se avviare lo sviluppo di criptomonete che siano garantite da un sottostante che ne garantisca capacità di conversione certa e quindi diventino strumenti di un nuovo sistema monetario internazionale. Ne abbiamo parlato nei nostri articoli sul criptoyuan, su Russia e Cina per una nuova politica monetaria internazionale.

Sicuramente i tempi sono maturi per una conferenza internazionale che eviti che gli squilibri monetari si trasformino, come quasi sempre è capitato nella storia, in conflitti militari.