
La caduta del muro di Berlino. Ne parlano tutti. Ognuno ha un argomento particolare da suggerire all’interesse dell’opinione pubblica. Ho cercato di riunire un po’ di ricordi, piccoli, minuti, personali che si ricollegano per analogia o per emozione all’evento storico.
Il primo ricordo è quello di un film visto al Cinema Nazionale, ora è un teatro, a Milano in Piazza Piemonte.
Mia madre mi portava spesso al cinema a vedere film western o di guerra che erano la mia passione. Eravamo in piena guerra fredda e gran parte dei film trattavano del confronto fra americani buoni e russi cattivi.
Vivevo in una famiglia che era stata attiva nella resistenza ma che aveva scelto strade diverse dopo le vicende di Ungheria. La famiglia è sempre stata segnata da un mercato sentimento avverso ai tedeschi. Ciò forse per fatti radicati nei vari rami della famiglia. La componente torinese che aveva partecipato attivamente nelle guerre risorgimentali e coi tuder, così li chiamavano in dialetto, si erano sempre scontrati. “Tuder” è un brutto termine, duro e impietoso nel suo etimo : Tod Herren” uomini della morte. Gli avi del Lago Maggiore, affascinati dal Cavour, andarono volontari nei Bersaglieri e combatterono le battaglie più sanguinose. Ho ancora in casa un vecchio fucile ad avancarica che è passato di generazione in generazione dopo che il mio avo decise, finita la guerra, di portarselo a casa. Diceva: “torneranno e ci potrà sempre servire”. Ed in fondo è servito perché sono tornati e tutta la famiglia si è impegnata pagando pesanti tributi personali. Il campo di concentramento di Mathausen, la resistenza attiva, i fronti greco e albanese, l’otto settembre chi scegliendo la montagna, chi a operare con l’Ufficio Cifra durante le trattative per l’armistizio. Mia madre aveva visto morire il fratello sedicenne, vittima civile, ucciso da un cecchino tedesco nella battaglia di Arona.
Quindi non vi era molta disponibilità nei confronti dei tedeschi, ma il film che ricordo, non ne ho ritrovato il titolo, raccontava del blocco di Berlino del 1948, 1949. Per i più giovani accadde che l’Unione Sovietica blocco gli accessi ai settori americano, francese e inglese della città allora divisa in quattro parti. Parte di Berlino divenne una città assediata priva di tutto, dai viveri alla corrente elettrica.
Ed il film narrava come la città superò l’assedio grazie ad un formidabile ponte aereo che durò oltre 450 giorni quando l’Unione Sovietica decise di togliere il blocco.
L’altro ricordo è legato ad un inverno del 1961. Fui mandato in un Kinderaim a Ponte di Legno perché mio padre, giornalista, fu inviato a Berlino per seguire quello che era la Crisi di Berlino. Erano tutti pessimisti, me lo ricordo, e mi mandarono in montagna, al riparo, convinti che sarebbe scoppiata una guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era iniziata la costruzione del Muro di Berlino e proprio nell’ottobre di quell’anno c’era stati un confronto diretto al Check Point Charlie.
Il 27 ottobre i carri armati americani e russi si posizionarono, gli uni di fronte agli altri, presso il Chack Point Charlie pronti allo scontro.
Questa situazione, estremamente critica si protrasse per oltre sedici ore. All’improvviso, quasi contemporaneamente, i due schieramenti arretrarono, evitando lo scontro diretto.
Fu però stabilita da parte russa la data ultima per la definizione definitiva dello status di Berlino, il 31 dicembre 1961. Dopo di che si sarebbe passati ad una soluzione di forza.

Mi padre fece la telecronaca di quesi giorni fino alla decisione da parte sovietica di rinunciare all’ultimatum ed io ero a Ponte di Legno a progettare, con gli altri ragazzini ospiti della struttura, una grande fuga da quella che consideravamo una sorta di prigionia. Il mondo aveva rischiato di cadere nel baratro della terza guerra e noi, inconsapevoli, organizzato la protesta contro lo spezzatino proposto a pranzo.
Un altra immagine che collego a Berlino è quella di John Kennedy mentre proclama dal palco davanti alla Porta di Brandeburgo : “ics bin sin Berliner”. La mia simpatia per Kennedy era forte. Tenevo un piccolo diario rosso sul quale scrivevo le citazioni dai suoi discorsi tratte dai giornali o dalla televisione. Sono cresciuto in casa con la televisione: all’epoca la Rai affidava ai propri giornalisti tre strumenti : una macchina da scrivere, una radio e un televisore, ovviamente all’epoca in bianco e nero. Ero talmente appassionato che costruii il modello della motosilurante PT-109 che lui aveva comandato durante la guerra nel Pacifico.
Trascrissi sul mio piccolo diario rosso una frase del discorso: “La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Quando tutti saranno liberi, allora immaginiamo — possiamo vedere quel giorno quando questa città come una sola e questo paese, come il grande continente europeo, sarà in un mondo in pace e pieno di speranza. Quando quel giorno finalmente arriverà, e arriverà, la gente di Berlino Ovest sarà orgogliosa del fatto di essere stata al fronte per quasi due decenni.”
Credo che questo passaggio non possa essere considerato se non un seme per la nascita dell’Unità Europea. m
Il passaggio famoso di quel discorso fu “ Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire “civid Romanus sum”. Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire “ich bin sin Berliner”.
In questa frase ho sempre apprezzato il riconoscimento di un americano delle proprie radici europee. Quanto diverso dal “Make America great again” di Trump!
Il tempo è passato e il contesto mondiale si è molto modificato. Il muro di Berlino rappresentò per me, non è politically conform dirlo, una barriera ad una influenza americana eccessiva, pervasiva nella realtà europea.
Da ambo le parti, in un clima contrapposto, venivano perpetrate violenze inaccettabili alla comunità mondiale: la guerra in Viet Nam, la spogliazione post coloniale dell’Africa, i carriarmati a Praga, le violenze della rivoluzione culturale cinese in Tibet.
Finii a Berlino per lavoro. Per essere precisi a Berlino Est. Erano gli anni ’80 e la DDR aveva ritenuto opportuno organizzare una visita guidata nel proprio paese per provare a promuoverlo come destinazione turistica.
Atterrammo a Shönefeld, l’aeroporto di Berlino Est con un volo Interflug. Ci avevano raccontato di controlli di polizia rigidi. Raccontavano di tre check point: uno della polizia di frontiere, uno per il controllo dei bagagli, il terzo da parte della Stasi come veniva chiamato il servizio di sicurezza tedesco orientale, o meglio i controlli da parte dei funzionari del MfS, Ministerium für Staatssicherheit.
Ci aspettavamo un controllo con la famigerata macchina della verità, al contrario in fondo alla scaletta dell’aereo ci attendevano i funzionari del Ministero del Turismo, nonché una banda musicale, sparuta e composta da signori e signore attempate, che ci salutò suonando gli inni italiano e della DDR.
I funzionari che ci accolsero erano vestiti in grigio, con vestiti che ricordavano i prodotti in vendita negli anni 50 in corso Vercelli a Milano “all’Onestà”. Le camicie di un grigio più pallido rispetto al vestito, cravatte tutte secondo lo standard nere. Ci misero un timbro importante sul passaporto, ne riempiva una pagina intera. E il mio pensiero andò immediatamente al fatto che il timbro si riferiva ad un paese “non riconosciuto” dall’ Italia. All’epoca i passaporti avevano una scritta stampigliata che diceva: “ valido per i paesi riconosciuti dall’Italia” e l’elenco dei paesi, in piena guerra fredda, si riduceva ad una decina. Ne conseguivo che ero quasi clandestino o almeno con un documento non pienamente valido.
Tutto era rigidamente fermo agli anni 50, l’autobus, la stazione aerea, le auto, le persone, le tende, ogni particolare appariva ferma a quegli anni. La sensazione è simile a quella che provi quando vai per la prima volta a Cuba. Sembra che il tempo si sia fermato. La stessa sensazione però senza smagliature, violazioni della ricostruzione storica.
Berlino era una città curiosa. L’avevano ricostruita così com’era prima della distruzione della guerra, anche se un pò più fanè, molto grigia, il grigio era il colore dominante delle case, degli abiti, dei luoghi.
Ci misero a dormire in un albergo appena costruito, l’unica costruzione ipermoderna, praticamente su Alexanderplaze. Ci fecero visitare la DDR che appariva ai miei occhi più un luogo scenografico da film. Un ricordo mi è impresso. Una stazione ferroviaria all’imbrunire dove le locomotive, ancora rigorosamente a vapore, sbuffano fumi di ogni tipo.
Ogni sosta prevedeva una birra e dovevi ordinarla “mit Kurzer” che non è altro che un cicchetto di Korn una bevanda distillata dal grano. Questa combinazione è chiamata “Herrengedeck” il posto a tavola dei signori. Aggiungevi il bicchierino di distillato alla birra e ne aumentavi la gradazione. Gli americani ne fanno un cocktail il Boilermaker che fanno però con il whiskey.
Berlino Est era un ritorno nell’immaginario; il rivivere Brecht nell’ambiente del Theater am Schiffbauerdamm, oppure trovarsi nei luoghi de “il sipario strappato” di Alfred Hitchcock credendomi Paul Newman. Con questo spirito, in un pomeriggio senza impegni, mi venne l’idea di andare a vedere Berlino Ovest. C’erano tre Check Point o posti di frontiera per passare da Est a Ovest. Li aveva fatti realizzare da Kennedy per permettere ai diplomatici di attraversare il muro che divideva la città. Erano denominati con l’alfabeto fonetico americano : alfa, bravo, charlie. Il Checkpoint Alfa era in Helmstedt, il Checkpoint Bravo in Dreilinden e il Checkpoint Charlie in Friedrichstraße in centro.
Berlino era divisa in quattro settori: il britannico, il francese, lo statunitense è il sovietico. Il Checkpoint alfa permetteva il passaggio dal settore britannico a quello sovietico, il Checkpoint Bravo era collocato sull’ autostrada. Decisi per il Checkpoint Charlie quello famoso per il cartello in quattro lingue, inglese, russo, francese e tedesco: “ you are now leaving the American sector.”
Mi avvicinai spavaldo, per nulla intimidito dalle guardie di frontiera della DDR, i Vopos, la Volkspolizei, che mi tenevano sotto mira dalle torri di controllo. Passai le guardie di frontiera che al controllo del visto sul passaporto non fecero ne domande ne obiezioni, ne apposero, come era costume delle guardie di confine dei paesi dell’est, timbri colorati. Mi lasciarono semplicemente passare con un sorriso, che in seguito posso pensare ironico se l’ironia poteva appartenere loro.
Arrivai davanti ad un bel soldato americano, che dopo esserci rigirato in mano passaporto e scrutato attentamente il visto mi disse secco che non potevo passare. Alle mie rimostranze, al mio vantarmi, allora era di moda, di essere cittadino europeo, mi rispose con durezza che come cittadino europeo ero in un paese non riconosciuto e che sarebbe stato meglio per me affrettarmi a tornare sui miei passi. Fu così drastico, che scornato me ne tornai indietro nel settore Est e devo dire che, forse per scelta, non sono più tornato a Berlino, una città che non mi ha voluto “accogliere”.
Ero a Leningrado, allora San Pietroburgo si chiamava ancora cosi. Ero con una missione economica in Finlandia ma il mio istinto a superare i confini mi spinse a cogliere l’occasione di andare a visitare la città. Poche ore di treno e meno di 400 kilometri di distanza.
Era il periodo della peggior crisi economica sovietica. La città nel suo splendore manteneva una nobile dignità pur essendo evidente la indigenza di quei giorni: lunghe file fuori dai negozi
Andammo a mangiare al Literary cafe su Prospect Newsky. Un locale storico, amato da Alexander Pushkin, da Fyodor Dostoyevsky. Agli inizi del XIX secolo c’era il famoso negozio di caramelle di Wolf e Brenger dove si incontravano scrittori noti, poeti, giornalisti. È il luogo dal quale partì Pushkin per partecipare al duello che gli risultò fatale.

Il ristorante era vuoto. Un impeccabile cameriere il livrea e guanti bianchi ci accolse, ci mise ad un tavolo ben posizionato e ci portò un menu pieno di cibi raffinati. Accanto all’elenco delle portate un solo prezzo. Il cameriere impeccabile ci chiese cosa avessimo scelto. Ad ogni nostra scelta corrispondeva un sorriso e un gentile diniego: “mi dispiace é terminato”. Comprendemmo alla fine che l’unico piatto disponibile tra le decine indicati nel menù era quello con a fianco il prezzo. Una entrecot dura come una suola di scarpa. Niente vino, solo acqua o vodka. Niente dessert, niente frutta. Solo la desolata entrecot.
Scambiammo due parole e il cameriere con la flemma apocalittica di chi è senza speranza ci rispose: “ A breve finirà tutto: l’Unione Sovietica, i paesi fratelli, il comunismo, il muro di Berlino. Tutto finirà”
Da lì a pochi mesi il 9 novembre 1989 il crollo del muro, l’effetto domino che cambiò il mondo. Aveva ragione il cameriere del Literary cafe di Leningrado. Aveva capito tutto.