
Monarchie senza re
Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista geopolitica Limes, sostiene che i grandi imperi stiano evolvendo verso “monarchie non ereditarie plutocratiche”. Non è una provocazione: è un modo per descrivere un processo silenzioso ma profondo, in cui il potere smette di frammentarsi e torna a concentrarsi. Non per diritto di sangue, ma per controllo delle risorse, dei dati, delle reti, della comunicazione. Le democrazie continuano ad esistere nella loro forma, ma la loro sostanza si assottiglia.
La vecchia architettura liberale — con i suoi pesi e contrappesi, le barriere tra poteri, i limiti posti all’autorità — appare sempre più fragile. Non a causa di un singolo strappo, ma per effetto di una trasformazione che si accumula nel tempo. Hannah Arendt, filosofa politica, avvertiva che la libertà esiste solo se esistono spazi distinti tra politica, mercato e società. Oggi questi spazi si sovrappongono in modo crescente. I confini tra decisione pubblica e interessi privati diventano incerti, mobili, spesso opachi.
Lo Stato nazionale, progettato per un mondo industriale, si trova a confrontarsi con attori globali che non rispondono a vincoli territoriali: piattaforme digitali, fondi sovrani, colossi tecnologici e finanziari. Molte decisioni cruciali – normative, economiche, persino culturali – non vengono più prese dentro i confini dello Stato, ma altrove, in luoghi dove la rappresentanza democratica è debole o assente.
Il vero acceleratore di questa mutazione è internet. Manuel Castells, sociologo delle reti digitali, lo sintetizza così: “Il potere è la capacità di programmare la comunicazione.” In democrazia, chi controlla la comunicazione controlla il consenso. E oggi il controllo della comunicazione è nelle mani di pochi attori privati che gestiscono piattaforme, algoritmi, flussi informativi. La politica si ritrova così a reagire più che ad agire, ostaggio di dinamiche comunicative frammentate, polarizzate, guidate da logiche di visibilità più che da idee o programmi.
In questo scenario non emergono monarchie tradizionali. Non ci sono eredi designati, né dinastie che si tramandano il potere. Il nuovo modello è più fluido e al tempo stesso più duro: il potere si concentra nelle mani di chi controlla risorse critiche, reti di influenza, infrastrutture informative. Thomas Piketty, economista, descrive l’Occidente come un sistema che scivola verso forme di aristocrazia patrimoniale. Chi possiede grandi capitali – economici, tecnologici o informativi – influenza in profondità la vita politica, non più in modo episodico ma attraverso meccanismi diventati strutturali.
Carl Schmitt, giurista e teorico della sovranità, osservava che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Oggi il potere di decidere quando un tema diventa emergenza, quando un problema è amplificato o silenziato, quando un leader viene costruito o demolito, non è sempre in mano ai governi. Spesso è in mano a chi gestisce le infrastrutture della percezione pubblica: piattaforme digitali, reti mediatiche, grandi gruppi economici. Anche questo è un modo di stabilire eccezioni e normalità.
La democrazia non è necessariamente al tramonto, ma sta cambiando forma. Gli equilibri del Novecento — separazione dei poteri, stabilità istituzionale, rappresentanza politica strutturata — sono sottoposti a una pressione inedita. La comunicazione diventa terreno di sovranità; gli attori privati assumono ruoli quasi decisionali; le elezioni restano importanti, ma non bastano più a definire l’ordine politico.
Zygmunt Bauman, sociologo della modernità liquida, ricordava che “nulla è destinato a durare”. Nella politica contemporanea questa frase assume un significato preciso: le democrazie continuano ad esistere, ma la loro forma si adatta a un mondo in cui il potere scorre attraverso infrastrutture che non sono più pubbliche. La domanda centrale diventa allora come ricostruire un equilibrio tra poteri in un contesto in cui i poteri non sono più soltanto politici.
Capire chi esercita davvero la sovranità nell’epoca delle piattaforme è il primo passo. Il secondo è riconoscere che il modello istituzionale nato nel Novecento non è più sufficiente a spiegare – né a regolare – il funzionamento del potere oggi.
Intanto il cambiamento avanza: discreto, costante, e capace di orientare la politica ben oltre ciò che appare.
Bibliografia
Arendt, H. (1958). The Human Condition. University of Chicago Press.
Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
Caracciolo, L. (2023). Editoriali e interventi vari in Limes – Rivista Italiana di Geopolitica. Gruppo GEDI.
Castells, M. (1996). The Rise of the Network Society. Blackwell.
Piketty, T. (2014). Capital in the Twenty-First Century. Harvard University Press.
Postman, N. (1985). Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business. Viking Penguin.
Schmitt, C. (2005). Political Theology: Four Chapters on the Concept of Sovereignty. University of Chicago Press.
(Opera originale pubblicata nel 1922.)
