
4 dicembre 2020
Centinaia di immigrati etiopi sono arrivati giovedì con una festosa cerimonia di accoglienza all’aeroporto internazionale di Israele. A dar loro il benvenuto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e sua moglie Sara hanno partecipato alla cerimonia di benvenuto per il primo gruppo di immigrati dall’Etiopia. Il governo israeliano ha compiuto un passo verso il rispetto della sua promessa di riunire centinaia di famiglie divise tra i due paesi nell’ambito dell’operazione “Tzur Yisrael”.
Circa 300 persone sono atterrate all’aeroporto Ben Gurion, con un volo Ethiopian Airlines. Dopo essere scesi dall’aereo su un tappeto rosso hanno sventolato bandiere e si sono fermati a baciare il suolo. Molti indossavano abiti tradizionali etiopi e molte donne tenevano i bambini in braccio. Dagli altoparlanti risuonava il canto dell’Hatikva, lo struggente inno nazionale israeliano.
Le famiglie accolte, seppur di discendenza ebraica e sebbene molti membri siano ebrei praticanti, non sono considerate ebraiche secondo la legge religiosa. Invece, è stato permesso loro di entrare nel paese nell’ambito di un programma di unificazione familiare che richiede un’approvazione speciale del governo.
Una folta delegazione di funzionari israeliani ha accolto il gruppo e Pnina Tamano-Shata, ministro del governo di origine etiope, si è recata in Etiopia per unirsi a loro sul volo.
“Fratelli e sorelle nostri, immigrati dall’Etiopia, siamo così commossi ad accogliervi qui. Benvenuti in Israele!”
Con ampia enfasi Netanyahu, nel suo intervento ha affermato: “La madre bacia la terra e porta in grembo un bambino di nome Gerusalemme, e un altro bambino si chiama Ester. Ester e Gerusalemme stanno arrivando a Gerusalemme – questa è l’essenza della storia ebraica”.
Il volo speciale proveniva da Gondar.In ottobre Netanyahu aveva annunciato l’impegno ad accogliere 2mila ebrei etiopi; entro la fine di gennaio. è previsto un altro arrivo con 200 persone . Il conflitto in Tigray, che ha toccato anche regioni vicine, ha reso più urgente l’avvio dell’operazione. Il 12 novembre un esponente della comunità ebraica di Gondar è rimasto ucciso in un bombardamento.

Sull’aereo speciale ha viaggiato anche la ministra per l’Immigrazione, Pnina Tamano-Shata, del partito Blu e Bianco, prima israeliana di origine etiope a ricoprire incarichi di governo, che in Etiopia ha incontrato la presidente del paese africano, Sahle-Work Zewde.
Il governo di Gerusalemme ha dato il via libera all’arrivo di 2000 falash mura nello Stato ebraico. Fanno parte di un gruppo di 8.000 persone che attendono da anni di poter essere accolti nel Paese mediorientale.
Israele, dal 1979, ha avviato operazioni di accoglienza di quelli che sono considerati discendenti della regina di Saba e del Re Salomone.
Attualmente nello Stato ebraico vivono 140.000 tra falascia e falash mura, per lo più in miseria, soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiopica riesce ad ottenere un diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.
In Etiopia la comunità conta fra 7mila e 12mila persone, divise fra Addis Abeba e Gondar, la maggior parte delle quali aspetta da anni di poter emigrare.
I falash mura sono una comunità che, come i falascia, si considera discendente degli antichi ebrei etiopi. Fanno risalire le loro origini all’unione tra re Salomone e la regina di Saba o a una delle «dieci tribù perdute» di Israele.
Sono noti anche col termine Beta Israel, che significa Casa Israele, ed è da loro preferito vista l’accezione negativa che la parola falash ha assunto in amarico, e che significa “esiliato” o “straniero”.
A differenza dai falascia, i mura sono ebrei etiopi che – sottoposti ad angherie per il loro credo – si sono convertiti al cristianesimo nell’Ottocento e dunque non possono godere della legge del ritorno. Nel 2015 il governo israeliano aveva però adottato all’unanimità un piano che prevedeva di accogliere 9 mila falash mura entro il 2020, persone considerate come aventi diritto a emigrare in Israele e che dimostravano la volontà di convertirsi all’ebraismo. Si tratta più che altro di un piano di ricongiungimento familiare per coloro rimasti in Etiopia, ma avendo almeno un familiare nello Stato ebraico.
I falash mura hanno ottenuto l’autorizzazione di andare in Israele dopo che l’aliya, l’agenzia ebraica che segue le pratiche del ritorno e che ha diversi uffici in giro per il mondo, ha potuto analizzare ogni singola richiesta.
Nel mese di maggio Israele ha stato nominato un ministro di origine etiopica. Si tratta dell’avvocato Pnina Tamano-Shata, che è a capo del dicastero per l’Immigrazione. La neo-ministra si trova nel Paese dall’età di 3 anni, grazie agli interventi dell’ “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone”, effettuati dall’allora governo di Tel Aviv tra l’84 e il ’91.
Anche se alcuni falash hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e il reddito medio di questa comunità risulta essere un terzo di quello medio del paese.