Di ritorno dalla Guinea Bissau
Un’atmosfera strana. Ricorda la Casablanca di Humphrey Bogart. Ventilatori al soffitto che muovono in bizzarre volute l’aria fumosa del Grand Hotel. Una birra calda. L’osservatore moscovita che russa fragorosamente nella camera accanto. Il vecchio Dakota, boffonchiante e sgangherato, che abbandona la pista sterrata in una nuvola di polvere.
Nel caldo pesante della notte tropicale una festa all’ambasciata brasiliana dove Pedro, funzionario del commissariato del turismo. funge da anfitrione col suo inglese involuto. Lulli si sente l’eroina della serata: i gesti ampi della mano, il sorriso, i balli vorticosi al suono di ritmi afroamericani.
Un’uomo anziano dai capelli bianchi che incorniciano un volto nero ebano, parla, con voce sostenuta, ora in francese ora in inglese. Il padrone di casa, il brasiliano. é su di giri e si lancia in una danza solitaria in mezzo alla sala. Il capo della marina guineiana imbastisce, nell’angolo illuminato dalla luce pallida di una abat-jour, una serrata discussione con Giuseppe. Tutti insieme nella confusione: Daniela spaesata che sorride a tutti senza capir nulla. Cucciolo. Marinella e Jerry alla ricerca di un nuovo bicchiere di whisky.
Carlos Cabare ha i baffi ed un viso sempre sorridente. E’ commissario politico di un qualche battaglione. Ha fatto la lotta dì liberazione. Ricorda i morti. Racconta del napal, delle torture, parla della vita, della ricostruzione, delle scuole, degli ospedali. dell’avvenire e trova, dopo infinite trattative, un furgone pegeout 504 che ci porta a Bafatà. E via! Tre ore di pavé ondulé, di paesaggi nuovi. Grandi baobab,la savana, la foresta tropicale. I posti di blocco. Un grido festoso della compagnia. Un saluto del poliziotto. Un colpo d’acceleratore ed il taxi della foresta affronta nuove buche, nuovi sobbalzi.
Un nuovo villaggio si fa spazio fra gli alberi di mango. Pierre il giovane studente di medicina, una sera. dinnanzi ad un bicchiere appannato di birra in un bar di Bissau, ci descriveva un piccolo villaggio come quello: le capanne di paglia bruna, le donne affacendate a frantumare piccoli semi in grandi pestelli di legno. Bambini che si rincorrevano nudi e si assiepavano curiosi intorno al visitatore. Gli uomini, poco distanti, che lavoravano i campi o si arrampicavano sugli alberi a raccogliere cocco da olio. Quando gli si è chiesto in quale regione fosse il suo villaggio, ha risposto: – Nel ricordo. – I portoghesi l’avevano raso al suolo uccidendo suo padre, sua madre e suo fratello. Ed ecco che Bafatà appare su di un’ansa del fiume le cui acque si muovono con lentezza. Delle donne lavano i panni nell’acqua limacciosa e ferma. Gesti ritmati dal loro vociare acuto. Lontano, dove il fiume si piega in una nuova ansa, lo schiamazzare allegro di un gruppo di ragazzine che fa il bagno tra schizzi e risa. Bafatà. il suo mercato colorato dal rosso dei pomodori, dal giallo dei mango ed animato dal canto di donne bellissime che. danzano, barattano povere merci.
Si aspetta che il caldo fugga con il sole dietro al mango di fronte alla balconata azzurra che corre intorno alla Pension Central. La cameriera, una giovane e bella mandinka, ti sfiora nello stretto corridoio. Ha degli occhi grandi che ti squadrano con ironica violenza.
E via verso le isole Bijagos. Visti, permessi, ed uno scalcinato aereo delle linee interne si alza rumorosamente dalla pista. Palude, foresta, il mare morbido nel quale si adagiano le acque del Rio Geba. L’isola di Bubaque la si sorvola a bassa quota, radenti l’alta vegetazione. Atterraggio polveroso. Sguardo all’aereo che rifugge con fragore, saltellando sulla pista sterrata verso Bolama.
Tra alte palme, le spiagge deserte di fine sabbia bianca. Il mare è calmo e trasparente: al largo una coppia di delfini pattuglia i confini della barra.
Il sentiero é stretto, fra un tessuto verde di foglie, rami e liane. Il grido d’allarme dei macachi si sparge nella foresta a ventaglio intorno a noi. L’uomo anziano col cappello coloniale, trovato per caso seduto sotto un albero all’inizio del sentiero, fa la strada con noi. Fragore di luci che si infilano, fra gli alti cocco. Fiori rossi appaiono e scompaiono dietro grosse foglie carnose mentre il tono cupo dei tam-tam, che danno il ritmo al lavoro nei campi, si fa più intenso e preciso.
li capo del villaggio si avvicina mimando gesti di pace e di amicizia.
Piccoli doni: qualche sigaretta, una scatoletta. dei piccoli semi rossi. I ragazzini intorno, tra il curioso, il divertito e l’ironico, ci guardano, mentre chiediamo il sentiero per l’armanzde po’. Il sancta sanctorum degli isolani di Bubaque si trova al centro della foresta sotto il più grande mango dell’isola,
L’albero é gigantesco, le radici che escono dalla terra sembrano code di dinosauri sepolti. Tra due radici strani letti di paglia. lembi di stoffa sui rami, oggetti legati a pali o appesi ai rami più alti, simboli dell’eterno e della vita intarsiati nel legno. Tutto intorno il boschetto tabù degli antenati. Un fuoco sempre acceso nel mezzo.
Il pilota regola l’anticipo e aumenta il numero di giri del motore, da uno sguardo alla pista, solleva il pollice dal pugno chiuso chiedendo se tutti sono a posto. I passeggeri rispondono con allegria alla richiesta e anche Jerry. seppur ormai privo di generi of confort, e con la consueta smorfia predecollo in volto, risponde positivamente. Si mollano i freni, si rulla sulla strada di Bubaque e, dopo un attimo, il sole fa luccicare il mare calmo fra lembi di sabbia che si vedono sempre più piccoli.
Il macaco Federico e una montagna di bagagli, sacchi a pelo, tende superleggere, fornelli da campo e aggeggi vari. Tutti su un camioncino sgangherato color biancosporco con ruggine che si dirige all’aeroporto.
Si saluta Bissau con urto sguardo, sorseggiando equamente il fondo di una bottiglia di Jonny Walker trovata chissadove.
Articolo pubblicato su Azimut – numero doppio agosto-novembre 1978