
25 dicembre 2020
Quasi un regalo di Natale a me stesso. Qualche copia di email, qualche foto. Il ricordo di tanti viaggi in Israele. La memoria di colui che molti hanno definito, per carattere, intraprendenza, conoscenza ed animo avventuroso, l’Indiana Jones francescano.
Wikipedia ci racconta che Padre Michele Piccirillo è nato a Casanova di Carinola, in Provincia di Caserta, il 18 novembre 1944 da una famiglia di modeste origini. Sin dalla fanciullezza sentì la vocazione di diventare frate e partire per la Terra Santa.
Dopo aver studiato a Roma e a Perugia, a 16 anni si trasferì in Terra Santa, dove intraprese il noviziato nell’Ordine dei Frati Minori della Custodia di Terra Santa, frequentando il liceo a Betlemme e poi la facoltà di Teologia a Gerusalemme. Divenne frate e nel 1969 venne ordinato sacerdote.
Completò a Roma la formazione in Teologia e Sacra Scrittura presso gli Atenei pontifici, e si laureò in Archeologia presso la facoltà di Lettere e filosofia.
Nel 1974 ritornò a Gerusalemme, dove iniziò la sua attività di docente, presso lo Studium Biblicum Franciscanum, e di archeologo, collaborando con il confratello padre Bellarmino Bagatti. Intraprese le prime campagne di scavi ed venne nominato direttore del Museo Archeologico della Flagellazione di Gerusalemme.
L’attività di archeologo si estese a molti paesi del Medio Oriente e il primo ritrovamento di rilievo avvenne in Giordania sul monte Nebo nel 1976, quando, durante i lavori di restauro delle rovine del Santuario di Mosé, ulteriori scavi portarono alla luce la Cappella del Battistero, con preziosi mosaici risalenti al VI secolo.
Dal 1978 partecipò agli scavi in Giordania a Jebel Mishnaqa, e nel 1984 a en-Nitl.
Nel 1986 diede inizio alla prima campagna di scavi archeologici ad Umm al-Rasas, che identificò con la città biblica di Mephaat, dove nella chiesa di San Paolo rinvenne ancora pregiati mosaici e testimonianze della presenza di popolazioni di fede cristiana e musulmana. Le campagne di scavi dirette da padre Michele portarono alla luce un complesso archeologico così vasto e rilevante che l’UNESCO lo inserisce, nel 2004, fra i Patrimoni dell’umanità.
Dal 1987 al 2000 è stato professore inviato di Palestinologia al Pontificio Istituto Biblico di Roma
Come epigrafista, studiò e interpretò le iscrizioni in lingua greca, latina, araba e siriaca, rinvenute sui mosaici o su monete e altri manufatti.
In un cassetto ho trovato, tra alcune foto, quella che ha fissato il momento nel quale ho conosciuto Padre Michele.
La nostra conoscenza si é presto trasformata in amicizia, una amicizia fatta di email, di idee curiose, di ricerche impossibili.
Iniziava le email con il fatidico “Ciao Cavaliere”e terminava in chiusura con “ Ciao, il tuo pedone”.
Nasceva da un gioco verbale. Ero salito a Gerusalemme per una missione per il Capitolo del Duomo di Milano, attività che svolgevo come Cavaliere del Santo Sepolcro. Quasi per caso, conobbi Padre Michele Piccirillo durante la mia prima visita al Museo Archeologico della Flagellazione.
Alla mensa dello Studium Biblicum Francescanum ci aspettava uno splendido piatto di spaghetti che cementarono una affinità elettività che si tradusse subito in amicizia. In quella occasione, Michele, mi spiegò che un Francescano non può essere Cavaliere.
Come previsto nel terzo punto della Regola Bollata: “ E non debbano cavalcare se non siano costretti da evidente necessità o infermità.”
“E se non possiamo cavalcare” diceva “ possiamo essere solo pedoni”.
E si passavano le notti ad ascoltare i suoi racconti che erano strettamente legati a Gerusalemme ed alla Palestina. Ricordava la notte nella quale accorsero al quartiere marocchino. Ricordava gli abitanti sfollati e le ruspe che abbattevano le case per creare il grande spazio davanti al muro del pianto. I francescani erano lì con coperte, qualcosa da mangiare e la volontà di dare conforto. Ricordava un 7 giugno quando dei militari Giordani si misero a contrastare l’attacco israeliano dalle finestre del Convento di San Salvatore e ricordava, con tristezza l’immagine di un militare colpito, riverso morto, a cavallo della finestra della sua cella al convento di San Salvatore.
Ma poi parlava delle scoperte, delle certezze di ritrovare le conferme di quanto riportato dalle scritture sacre. Un luogo, qualche segno di antica devozione lo portavano a verificare, approfondire, analizzare senza preclusioni e preconcetti. E le conferme giungevano tra i sassi con minuscoli reperti, dei flebili segni capaci di rinforzare la curiosità è la voglia di cogliere la verità.
La ricerca delle Tomba di Mosé è stato uno dei suoi sogni irrealizzati. Era convinto di esserci vicino sul Monte Nebo, essere ad un palmo dalla scoperta. Quante camminate su quella collina sassosa. Una antica cisterna, i resti di un muro, qualche traccia che alimentava emozioni e speranze.
É lì che accolse Giovanni Paolo II. Gli mostrò la Terrasanta dal punto dove Mosé affidò quella terra al popolo d’Israele. Poi disse al Papà: “ho da parlarti, ci beviamo una birra?” Allontanarono gli accompagnatori e si sedettero all’interno del Memoriale di Mosé. Chissà cosa aveva da dire al Papà. Non mi ha mai raccontato il contenuto del colloquio, ma si divertiva a ricordare le espressioni scandalizzate del seguito papale al “ci beviamo una birra?”. Ed in merito al lungo colloquio si limitava a dire “avevo delle cose da spiegargli”.
Era una persona che si collocava senza sforzo sopra le contese millenarie di quelle terre, riusciva ad essere indifferentemente italiano, istraeliano, palestinese, giordano.
Ricordo un aneddoto del nostro rapporto. C’è, nella sagrestia francescana del Santo Sepolcro, una teca. Contiene una vecchia spada e una coppia di speroni. La tradizione, e l’etichetta attaccata alla teca, la classifica come la spada di Goffredo di Buglione, primo re di Gerusalemme. In verità, per inciso, Goffredo decise che non avrebbe usato il titolo di “re” ma si dichiarò advocatus Sancti Sepulchri “ Protettore del Santo Sepolcro”.
La teca è dietro la porta di ingresso, non così visibile, abbastanza nascosta. Quella spada per tradizione era utilizzata, fino agli inizi del novecento, per la cerimonia di investitura dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Mi capitò, in presenza di Padre Michele di fermarmi ad osservarla. “non perdere tempo con quel ferraccio ottocentesco” mi riproverò “non esiste la spada di Goffredo!” brontolò.
Controllando un po’ di testi conservati a San Salvatore, ebbi modo di fare rilevare a Padre Michele una coincidenza. La spada era stata posta nella teca nel 1808, anno nel quale gli Ortodossi distrussero le tombe dei re di Gerusalemme e ne nascosero le spoglie. La coincidenza delle date permetteva la supposizione che la spada fosse vera. Con aria di sufficienza Padre Michele mi disse:”controlleremo”. Dovevo partire per Milano e considerai la risposta con un atto di pura cortesia.
Dopo qualche settimana, mi arrivò una email con la quale Michele mi diceva che aveva fatto analizzare il legno dell’elsa dai “suoi amici israeliani” e la datazione al carbonio confermava che quel legno risaliva, più o meno, all’anno mille.
Quindi la spada era, presumibilmente, autentica e, forse. la congettura che fosse stata recuperata dallo scempio delle tombe dei Re di Gerusalemme era un ipotesi credibile.
Ma se c’era la spada, nella tomba, per tradizione, c’erano anche elmo e scudo.
E ci mettemmo alla ricerca, consultando libri, sentendo storie, ma in più frequentando i luoghi dei mercati di antichità che molto spesso mettevano sul mercato oggetti e reperti di dubbia provenienza.
Al museo patriarcale ortodosso erano esposti frammenti dell’epigrafe della tomba di Goffredo. Una “dritta” di un antiquario, con un polveroso negozio vicino alla porta di Damasco, fece scoprire che “qualcosa” potesse essere nascosto proprio nei sotterranei del museo. La chiesa ortodossa aveva bisogno di risorse economiche, ci dissero, e poteva immaginare di negoziare.
Ma la condizione era quello di avere un negoziatore ortodosso. Trovammo un commerciante greco. Io mi diedi da fare per cercare il finanziatore che individuai a Milano. Poi tutto sfuggi nel campo dell’irrealtà.
La fulminea malattia di Padre Michele chiuse questo curiosa e strana storia. Rimane, a memoria di tutto questo, un volume nel quale è riprodotto un antico quaderno dove erano appuntati i nomi di tutti i Cavalieri che avevano avuto la propria investitura al Santo Sepolcro. Il quaderno era uno di due volumi conservati nella biblioteca di San Salvatore. Del più antico si sono perse le tracce.
Una storia che rimane sospesa ed incompleta come quasi tutte le storie della vita.