Nixon annuncia la caduta degli accordi di Bretton Woods

Nixon annuncia il superamento di Bretton Woods

Nixon annuncia la caduta degli accordi di Bretton Woods

Sto leggendo un libro scritto da Jeffrey E. Garten, professore alla Yale School of Management, nonché Sottosegretario al Commercio degli Stati Uniti sotto la presidenza Nixon.

Il libro si intitola “Three Days at Camp David”. Racconta di quando il Presidente degli Stati Uniti convocò i suoi consiglieri a Camp David per assumere una scelta che, ancor oggi, grava sulla politica internazionale e il cui effetto domino determina conseguenze sugli equilibri globali.

E’ un caso leggerlo oggi, quando, per i fatti dell’Afganistan, gli Stati Uniti vengono accusati di aver tradito le aspettative del mondo occidentale.

Nel libro si narrano i retroscena della formazione della decisione che portò Nixon ad annunciare, il 15 agosto del 1971, la fine della convertibilità dei dollari in oro, stabilita secondo gli accordi di Bretton Woods.

A Camp David presero la decisione collettiva di recidere il legame del dollaro con il gold standard, il sistema in base al quale il governo degli Stati Uniti aveva promesso che ogni dollaro poteva essere scambiato con oro (a un tasso di 35 dollari l’oncia) e altre valute, come la sterlina britannica o il marco tedesco, erano ancorati al dollaro.

Fu la rinascita dei Paesi sconfitti nella Seconda guerra mondiale a creare scompensi per il “gold standard”, mettendo pressione sugli Usa — che, indeboliti dalla guerra in Vietnam, non aveva abbastanza oro per garantire il dollaro — e spingendo il mondo sull’orlo della stagflazione: il doppio smacco di inflazione e contrazione.

La “liberazione” delle valute fece sì che i Paesi produttori potessero facilitare le esportazioni svalutando le proprie divise (un meccanismo che, purtroppo, è stato spesso abusato da governi alla ricerca di scorciatoie) e i Paesi consumatori potessero comprare beni e servizi con monete forti.

Come ha scritto sul Wall Street Journal, Jeffrey Garten, “il nuovo sistema ha permesso al commercio e ai flussi di capitale di fiorire, il che ha contribuito ad abbassare i prezzi e ad ampliare le scelte dei consumatori, riducendo drasticamente la povertà globale”. Ma non solo. La rottura dell’ancora tra dollaro e oro ha dato il via libera a banche centrali e governi per stampare denaro. Il risultato è una marea di debito: alla fine dell’anno scorso ha raggiunto 281.000 miliardi di dollari, più del 330% del valore del Pil mondiale. Fin quando i tassi d’interesse rimangono bassi, i costi non saranno elevati ma, prima o poi, queste bollette andranno pagate con un amaro cocktail di tasse e austerità.

Era il 15 agosto 1971, il 15 agosto. Lo stesso giorno, a distanza di 50 anni, i talebani entrano a Kabul, dopo una ignominiosa ritirata delle truppe americane.

In prima serata, Nixon interruppe «Bonanza», un telefilm western che gli americani apprezzavano forse più del loro presidente, nel quale si raccontavano le storie del ranch di Ben Cartwright, dei suoi tre figli e del loro cuoco cinese (show molto amato anche dai baby boomer italiani). Con gli Stati Uniti all’apice del loro splendore — la luna da poco conquistata, il Vietnam non ancora perso, l’apertura alla Cina nelle carte — la Casa Bianca doveva fare un annuncio storico, che ben giustificava l’invasione della fattoria dei Cartwright.

Fu il “Nixon shock”: chiuse l’epoca dei cambi stabili, aprì quella delle valute fluttuanti e del boom della finanza. E’ la demarcazione tra l’era della stabilità decisa negli accordi del 1944 a Bretton Woods tra 44 Paesi e i cinquant’anni successivi.

Negli Anni Sessanta il dollaro era stato, via via, sopravvalutato rispetto ai cambi fissi con le altre valute del sistema, a causa delle spese per la guerra in Vietnam, di una bilancia dei pagamenti negativa, di un debito pubblico in crescita. All’inizio dei Settanta l’inflazione americana era cresciuta e nel 1971 sfiorava il 6%. Ciò creava disagi a livello internazionale. Dubbi sulla sostenibilità, ma anche critiche per quello che i francesi chiamavano “l’esorbitante privilegio dell’America”: cioè a Washington stampare una banconota da cento euro costava pochi cent ma per averne una dello stesso valore gli altri Paesi dovevano pagare l’equivalente di cento dollari. Già nel 1965 il presidente francese Charles De Gaulle aveva annunciato l’intenzione di cambiare in oro le riserve in dollari detenute a Parigi. Negli anni successivi, le tensioni crebbero, alcuni Paesi chiesero oro a Washington e il marco tedesco abbandonò i cambi di Bretton Woods perché ormai troppo forte. Finché la Francia di De Gaulle si stufò, denunciò il «privilegio esorbitante» americano e ordinò alla marina militare francese di stivare tutti i dollari del paese e attraversare l’Atlantico per incassarli.

Sarebbero state migliaia di tonnellate d’oro, dicono, ma la flotta dei dollari non arrivò mai sulla costa americana .