
di Antoine de Saint-Exupéry
“Per radio. Ore sei e dieci. Da Tolosa per scali: corriere Francia-Sud America lascia Tolosa ore cinque e quaranta. Stop”
Un cielo puro come acqua bagnava le stelle e le rivelava. Poi era la notte. Il Sahara si stendeva duna per duna sotto il chiarore lunare. Sulle nostre fronti quella luce di lampada, che non mostra gli oggetti ma li compone e nutre di materia tenera ogni cosa. Sotto i nostri passi soffocati, era il lusso di una sabbia fonda. E noi camminavamo a testa nuda, liberati dal peso del sole. La notte questa casa.
Ma come si poteva credere alla nostra pace? Gli alisei scivolavano ininterrottamente verso il sud, asciugavano la spiaggia con un rumore di seta. Non erano più quei venti d’Europa che girano, cedono; erano stabili su di noi come un treno diretto in marcia. Talvolta, di notte, essi ci toccavano, così duri che ci si poteva appoggiare contro di essi, col volto al nord e il senso d’essere trascinati, di risalirne la corrente verso una meta ignota, Che fretta e che inquietudine!
Il sole girava, e riconduceva il giorno. I Mauri si agitavamo poco. Quelli che s’avventuravano sino al forte spagnolo, gesticolavano e recavano il loro fucile come un giocattolo. Era il Sahara visto tra le quinte: le tribù ribelli perdevano il loro mistero e ci mostravamo qualche comparsa.
Noi vivevamo gli uni sugli altri, innanzi alla più limitata delle nostre immagini. Ed è per questo che non sapevamo di essere isolati nel deserto: sarebbe stato necessario che ritornassimo alle nostre case per comprendere quell’isolamento e scoprirlo nella sua prospettiva.
Prigionieri dei mauri e di noi stessi, non ci allontanavamo mai più di cinquecento metri verso le tribù ribelli. I nostri vicini più prossimi, quelli di Cisneros, di Port-Etienne, erano a settecento, a mille chilometri. Essi gravitavano intorno allo stesso forte. Li conoscevamo per i loro soprannomi, per le loro manie, ma v’era tra noi lo stesso spessore di silenzio che tra i pianeti abitati.
Ma quella mattina il mondo cominciava a vivere per noi. Il radiotelegrafista ci consegnò finalmente un telegramma: due piloni piantati nella sabbia ci legavano una volta alla settimana a quel mondo :
“Corriere Francia-America partito da Tolosa alle cinque, e quarantacinque. Passato Alicante alle undici e dieci.”

Tolosa parlava; Tolosa, testa di linea, Dio lontano,
In dieci minuti, la notizia ci giungeva attraverso Barcellona, Casablanca, Agadir, poi si propagava verso Dakar . Su chilometri di linea, gli scali erano avvisati. Dopo, l’intercettazione delle sei di sera, ci veniva comunicato
“Corriere atterrerà Agadir ore ventuno, ripartirà per Cap Juby ore ventuno e trenta scenderà a mezzo razzo illuminante Michelin stop. CAP Juby preparerà fuochi abituali stop. Ordine rimanere in contatto con Agadir. Firmato Tolosa.”
Dall’osservatorio di Cap Juby, isolati in pieno Sahara, seguivamo una cometa lontana,
Verso le sei di sera il sud s’agitava:
“Da Dakar per Port-Etienne, Cisneros, Juby: comunicare d’urgenza notizie corriere.”
“Da Juby per Cisneros, Port-Etienne, Dakar: nessuna notizia dopo passaggio Alicante ore undici e dieci.”
Il motore rombava in qualche luogo, Da Tolosa al Senegal si cercava di udirlo.