Ogni sistema che si crede perfetto prepara la propria crisi: la lezione antica di Eris nel mondo di oggi

C’è un errore che ritorna nella storia, e ogni volta produce lo stesso effetto: si organizza una festa senza invitare Eris.

Eris, nella mitologia greca, è la dea della discordia. Non è una divinità tra le più celebrate, non ha templi grandiosi né culti diffusi, ma possiede un potere singolare: quello di insinuarsi tra gli uomini e tra gli dèi, alimentando rivalità, gelosie, conflitti. È una forza che divide, che rompe gli equilibri, che trasforma tensioni latenti in scontri aperti.

Non agisce con la forza, ma con la frattura.

Secondo Omero, è “insaziabile”, sorella e compagna di Ares, il dio della guerra. All’inizio appare piccola, quasi invisibile. Poi cresce. Si alza fino al cielo e cammina sopra la terra, accompagnata dal Panico e dal Terrore.

È una descrizione che colpisce per la sua precisione: il disordine non arriva mai all’improvviso. Si annuncia in forme minime, quasi trascurabili. Poi si espande, fino a diventare incontrollabile.

Accadde alle nozze di Peleo e Teti. Una festa perfetta, un ordine perfetto, un Olimpo perfettamente rappresentato. Mancava solo lei.

Non invitata, Eris si presentò comunque. E lasciò sul tavolo una mela d’oro con una semplice iscrizione: “alla più bella”.

Non fu un atto di guerra. Fu qualcosa di molto più sottile.

Da quella mela nacque una contesa tra dee, da quella contesa il giudizio di Paride, e da quel giudizio la guerra di Troia.

Una catena di eventi giganteschi generata da un gesto minimo.

Da allora l’errore si ripete.

Con una differenza: oggi non ci sono più Olimpi, ma istituzioni. Non ci sono più dèi, ma classi dirigenti. E soprattutto, non si legge più Omero.

A ben vedere, questa dinamica non appartiene soltanto al mondo antico. Ritorna, quasi identica, nelle fiabe.

Malefica — la strega della Bella addormentata — non è altro che una versione narrativa della stessa struttura.

Anche lei non viene invitata. Anche lei arriva comunque.

E soprattutto, anche lei non distrugge subito.

Introduce una frattura. Un incantesimo. Una sospensione.

Nel racconto, la sua vendetta non è un’esplosione, ma un rallentamento: il tempo si ferma, il regno si immobilizza, la vita si cristallizza in un sonno artificiale. Non c’è guerra, non c’è sangue, non c’è distruzione visibile. Eppure tutto è compromesso.

È una forma di disordine silenzioso. Una paralisi.

La somiglianza con Eris è più profonda di quanto sembri.

Come Eris, anche Malefica non crea dal nulla. Si limita a rivelare una fragilità già presente: la presunzione di un ordine che si crede autosufficiente, che pensa di poter escludere ciò che disturba.

L’incantesimo, in fondo, è già contenuto nell’atto dell’esclusione.

E il sonno della principessa è il sonno delle istituzioni quando smettono di percepire il mondo che cambia.

Quando si risvegliano, spesso, il mondo è già diverso.

Non è un caso isolato. La figura ritorna, con nomi diversi, in quasi tutte le tradizioni.

Nel mondo nordico è Loki, che non combatte apertamente gli dèi, ma li mette gli uni contro gli altri. Non distrugge l’ordine: lo espone, lo incrina, lo accompagna verso la sua fine.

Nella tradizione biblica è il serpente dell’Eden, che non impone ma suggerisce. Non costringe ma introduce un dubbio. E quel dubbio basta a incrinare un equilibrio perfetto.

Cambia il linguaggio. Non cambia la struttura.

La modernità introduce però una variante decisiva.

L’archetipo perde il volto.

Non è più una dea, né una strega, né una figura riconoscibile.

È una forza diffusa. Una dinamica. Una condizione.

Si manifesta nella disinformazione che altera la percezione del reale.

Nella polarizzazione che impedisce ogni sintesi.

Nella sfiducia che corrode le istituzioni dall’interno.

Non arriva dall’esterno. Emerge dall’interno.

Ed è qui che il mito si salda con la geopolitica.

Per decenni abbiamo creduto di vivere in un ordine stabile. Dopo la fine della Guerra Fredda, il mondo sembrava aver trovato un equilibrio: istituzioni multilaterali, mercati globali, interdipendenza economica, regole condivise.

Era un sistema imperfetto, ma funzionava. Soprattutto, sembrava inevitabile. Oggi non lo è più.

Le grandi potenze non condividono più lo stesso linguaggio. Le istituzioni non sono più arbitri, ma strumenti. Le alleanze si fanno e si disfano. Il commercio si politicizza. La tecnologia diventa terreno di competizione.

La guerra ritorna — non solo quella tradizionale, ma quella ibrida, economica, informativa.

È come se il mondo fosse entrato in una fase in cui nessuno riconosce più l’arbitro.

E quando manca l’arbitro, il gioco cambia natura.

In questo spazio, Eris si muove con naturalezza.

Non crea il disordine. Lo rende visibile.

Ogni crisi contemporanea non è soltanto uno scontro di interessi, ma una crisi di legittimità dell’ordine.

Ogni attore agisce come se l’altro non fosse più vincolato alle stesse regole.

È la fine della fiducia come presupposto.

L’Europa, e in forma ancora più sottile l’Italia, vivono questa trasformazione dall’interno.

Per lungo tempo hanno abitato un ordine che appariva naturale: sicurezza garantita, moneta stabile, crescita possibile, istituzioni prevedibili.

Non era perfetto. Ma era stabile.

Oggi si scopre che quella stabilità era, in parte, una costruzione.

Le certezze si sgretolano lentamente. Non con un crollo improvviso, ma con una progressiva erosione. Un vincolo che si allenta. Una regola che viene reinterpretata. Un equilibrio che si incrina.

È in questa zona grigia che Eris cresce.

E tuttavia, il punto più interessante è un altro.

Eris non è solo distruzione. È rivelazione.

Costringe a vedere ciò che non si voleva vedere. Porta alla luce contraddizioni, fragilità, ipocrisie. Spezza le illusioni di stabilità.

In questo senso, è anche una forma di verità. Scomoda. Ma necessaria.

Forse il problema non è evitare Eris. Non si può. Il problema è riconoscerla.

Capire che il disordine non è un incidente, ma una fase. Che le crisi non sono deviazioni, ma passaggi. Che ogni ordine contiene in sé la propria vulnerabilità.

In fondo, la lezione è antica.

Ogni volta che si organizza una festa perfetta, bisognerebbe lasciare un posto vuoto.

Non per cortesia. Per prudenza.