Diplomazia delle minacce

Dalle cannoniere di Roosevelt ai visti negati di Washington

Ci sono immagini che non invecchiano, ma cambiano solo di forma.

All’alba del XX secolo, davanti al porto marocchino di Tangeri, l’incrociatore americano USS Brooklyn incrociava lentamente a pochi chilometri dalla costa. A bordo, gli ufficiali attendevano ordini dal presidente Theodore Roosevelt, che da Washington aveva inviato un messaggio destinato a entrare nella storia:

“Perdicaris alive or Raisuli dead.”

Era il 1904, e quella formula lapidaria riassumeva una concezione del potere che avrebbe segnato il secolo: la diplomazia delle cannoniere.

Un cittadino americano, Ion Perdicaris, uomo d’affari di origini greche, era stato rapito da Ahmed er Raisuni, un capo tribale ribelle.

Roosevelt, in piena campagna per la rielezione, ordinò di spostare la flotta verso il Marocco. Non fu sparato alcun colpo, ma bastò la minaccia della forza per piegare il sultano e ottenere la liberazione dell’ostaggio.

La “crisi Perdicaris” fu il primo esempio, in epoca moderna, di coercizione diplomatica travestita da missione morale: un messaggio diretto a tutto il mondo, ma anche al pubblico americano.

Il potere, sembrava dire Roosevelt, si misura nella capacità di far accadere le cose senza doverle combattere.

Da quell’episodio in poi, la diplomazia delle cannoniere divenne una pratica comune.

L’anno successivo, nel 1905, il Kaiser Guglielmo II sbarcò a Tangeri per contestare il protettorato francese sul Marocco, aprendo la prima crisi marocchina.

Sei anni dopo, nel 1911, la corazzata tedesca Panther gettò l’ancora davanti al porto di Agadir: fu la seconda crisi, e il termine “gunboat diplomacy” entrò ufficialmente nel linguaggio politico.

Da allora, ogni volta che una potenza usa la minaccia per piegare un avversario più debole, la storia ritorna a quell’immagine: una nave in rada, bandiera issata, cannoni silenziosi ma visibili.

Quella logica — la dimostrazione di forza come argomento diplomatico — non si è mai estinta.

Ha solo cambiato mezzi: ai cannoni si sono sostituite le leve economiche, i flussi energetici, i sistemi di visti, le sanzioni, il controllo delle tecnologie.

Nel luglio scorso, il Financial Times ha pubblicato un’inchiesta che mostra come questa logica sopravviva, in forme nuove e più sofisticate.

Durante una riunione dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) — agenzia delle Nazioni Unite con sede a Londra — i negoziatori americani dell’amministrazione Trump avrebbero intimidito i delegati europei, africani e caraibici per far rinviare l’adozione di una tassa globale sulle navi più inquinanti.

La misura, pensata per sostenere la decarbonizzazione del trasporto marittimo, era stata bollata da Trump come “una truffa verde sulla navigazione”.

Secondo le fonti del quotidiano londinese, confermate poi dal sito Politico e dal Corriere della Sera, i diplomatici statunitensi avrebbero convocato i delegati stranieri nelle pause dei lavori o direttamente all’ambasciata americana, dove sarebbero stati minacciati di revoca dei visti di transito e di divieti d’ingresso per le famiglie qualora avessero votato contro la posizione degli Stati Uniti.

«Non abbiamo mai assistito a nulla di simile in un contesto multilaterale», ha riferito un funzionario europeo. «Era un’azione coordinata, gestita come una campagna di pressione, non come un negoziato.»

Il voto, che avrebbe dovuto approvare la misura ambientale, è stato rinviato di un anno.

Obiettivo raggiunto.

Nessuna cannoniera all’orizzonte, ma la stessa logica: piegare l’avversario attraverso la paura di perdere qualcosa di vitale — allora la sicurezza, oggi la mobilità.

Il Corriere della Sera ha descritto l’episodio come un segnale dell’emergere di una nuova forma di influenza internazionale: la “diplomazia delle minacce”.

Non si manifesta con la forza militare, ma con la burocrazia come arma, l’amministrazione come deterrente, e la paura come strumento di controllo.

Il filosofo francese Michel Foucault avrebbe parlato di “microfisica del potere”: un sistema di coercizioni diffuse, capillari, apparentemente impersonali.

La diplomazia delle minacce appartiene a questo mondo: non ha bisogno di cannoni, perché agisce sul piano delle dipendenze.

Nel XXI secolo, la geopolitica non si misura più in chilometri quadrati o tonnellate di acciaio, ma nella capacità di controllare flussi — di energia, dati, denaro, persone.

Chi controlla questi flussi, controlla il mondo.

Negli anni Novanta, Joseph Nye teorizzò la distinzione tra hard power — il potere militare, coercitivo — e soft power, la capacità di influenzare attraverso cultura e valori.

Oggi, accanto a questi due, ne emerge un terzo: il coercive power, la capacità di costringere gli altri senza violare formalmente alcuna regola, ma manipolandole.

È la diplomazia che opera entro il diritto internazionale, ma lo piega con l’interpretazione, con la pressione, con l’abuso della posizione dominante.

Non è la negazione del multilateralismo: è la sua strumentalizzazione.

“La forza navale fu la misura della potenza fino al XX secolo; oggi lo è la capacità di controllare le reti economiche e digitali del mondo”, scriveva lo storico britannico Paul Kennedy.

Il caso IMO ne è una prova lampante.

Gli Stati Uniti non hanno bombardato nessuno, non hanno violato alcuna legge.

Eppure, attraverso un sistema di pressioni consulari e amministrative, hanno ottenuto un risultato politico globale.

Questo episodio apre una questione più ampia: che cosa resta delle regole internazionali, se persino nei luoghi deputati al coordinamento multilaterale si impongono logiche di potere?

L’ONU e le sue agenzie nascono con l’idea di “civilizzare la forza”, di sostituire la minaccia con il diritto.

Ma se la forza si nasconde nel diritto stesso — nella gestione dei visti, nella selezione delle agende, nel condizionamento delle votazioni — allora la distinzione svanisce.

Il diritto diventa campo di battaglia e non più scudo.

E la diplomazia torna, sottilmente, a essere un’arte della coercizione.

Un secolo fa, le potenze si contendevano mari e porti; oggi si contendono reti e protocolli.

Allora le corazzate presidiavano lo stretto di Suez; oggi le grandi potenze si contendono gli snodi digitali, i cavi sottomarini, i satelliti di comunicazione.

La differenza è che il potere è diventato intangibile e pervasivo: agisce attraverso infrastrutture, algoritmi, clausole di accordi apparentemente tecnici.

Le nuove cannoniere sono i dazi, i brevetti, i firewall.

La minaccia non è più un colpo di cannone, ma una revoca di accesso, un blocco di esportazione, un ritardo nei permessi.

L’effetto, però, resta identico: costringere l’altro a piegarsi.

Paradossalmente, viviamo in un mondo con più norme che mai, ma con meno regole condivise.

Ogni potenza usa la legge internazionale come un arsenale selettivo, applicandola quando conviene e interpretandola quando serve.

È la fine del modello weberiano di uno Stato di diritto internazionale neutro, e l’inizio di una geopolitica giuridica del potere.

Roosevelt minacciò Raisuni con una flotta; Trump, un secolo dopo, ha ottenuto lo stesso effetto minacciando un visto.

La continuità storica è sorprendente: il linguaggio della coercizione è sopravvissuto a ogni trasformazione tecnologica.

Dal “Perdicaris alive or Raisuli dead” alla trattativa sull’IMO, la diplomazia non ha smesso di usare la paura come leva.

Solo la superficie è cambiata.

Un tempo la minaccia era visibile — il profilo di una nave, il fumo dei cannoni, la voce del telegrafo —; oggi è silenziosa, digitale, amministrativa.

La diplomazia delle cannoniere è diventata diplomazia delle minacce.

Le potenze non mostrano più i muscoli, ma controllano le vene invisibili del sistema globale: i flussi, le reti, gli accessi.

E quando serve, le chiudono.

In questo nuovo mondo, le regole non garantiscono più la pace: sono l’oggetto stesso del conflitto.

E l’antica ombra delle cannoniere continua a proiettarsi, muta, sull’acqua del tempo.

Bibliografia

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