
19 febbraio 2021
Il Times ci ha fatto un titolo. “No Jab, no job”. Il gioco di parole è semplice, ma di effetto, e si può tradurre: “no puntura, no lavoro”
In Gran Bretagna si è aperto un dibattito sulla vaccinazione del personale delle aziende.
Le autorità, per ora, non rispondono, ma è chiaro che una qualche forma di “passaporto vaccinale”, per coloro che sono stati inoculati contro il coronavirus, sarà presto un dato di fatto. In quel paese, la distribuzione del vaccino procede a ritmo serrato e le aziende britanniche stanno ora valutando l’opportunità di richiedere la prova della vaccinazione, non solo dai clienti, ma anche dal personale.
Dopo un anno di gravi interruzioni, è comprensibile che le aziende debbano cercare la massima protezione contro ulteriori epidemie del virus attraverso le vaccinazioni poiché le condizioni commerciali possano tornare a una qualche forma di normalità, e ci sono argomenti per farlo.
Negli ultimi giorni diverse grandi aziende hanno indicato che intendono richiedere la prova della vaccinazione come requisito contrattuale per i dipendenti nuovi, ed anche per quelli già in forza, una volta che, a tutti gli adulti britannici, sia stata offerta l’opportunità della vaccinazione.
Come ha affermato recentemente Tony Blair: “È un desiderio del tutto comprensibile sapere se coloro con cui ci mescoliamo potrebbero essere portatori della malattia”. Per i datori di lavoro, alla disperata ricerca di un ritorno alla stabilità dopo ripetute false partenze, è meno un desiderio di sapere che un imperativo.”
Per molti datori di lavoro la necessità è di garantire che il passaggio alla normalità sia il più agevole possibile. Vengono richiesti “passaporti per le vaccinazioni”, e la speranza è che la loro distribuzione possono diventare la norma.
Il Governo inglese ritiene, però, che queste non possano essere decisioni demandate alle singole aziende, bensì a linee guida espresse dalle pubbliche autorità.
La campagna vaccinale in Gran Bretagna procede rapidamente e la necessità di garantire nuovamente la sicurezza e la capacità di mobilità per gli addetti alle imprese è fondamentale. Il commercio con l’estero esige mobilità internazionale e questa non può essere permessa se non con un passaporto vaccinale che garantisca che chi ne è in possesso sia sano e non venga sottoposto a pesanti controlli e quarantene.
In Italia non siamo ancora giunti ad affrontare la questione. Siamo ancora lontani da una realtà che ci permetta di affrontare un problema come quello dei “passaporti” vaccinali. Come riporta il rapporto della fondazione Gimbe solo il 5,9% degli over 80 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e solo il 2,7% ha completato il ciclo vaccinale, percentuali molto lontane dal target raccomandato dalla Commissione Europea per questa fascia di età: 80% entro il 31 marzo 2021.
Per raggiungere questo obiettivo, conclude, “bisognerebbe vaccinare entro quella data circa 3,5 milioni di over 80, di cui quasi 3,3 milioni non hanno ancora ricevuto la prima dose”

E non si è ancora affrontato il problema, neppure in prospettiva, di tutti coloro che sono obbligati alla mobilità, anche internazionale che non vedono la prospettiva di vaccinazione, se non a lungo termine.
Gli addetti alle attività internazionali, in questo fase, sono maggiormente valutati come contaminatori con varianti del virus che persone che devono essere tutelate al pari di sanitari e forze dell’ordine. Medesima valutazione per i giornalisti che devono garantire una delle basi della libertà democratica: la informazione, senza essere limitati dalla paura del contagio. Persino il mondo dei protagonisti operativi delle ONG, che garantiscono la gestione degli aiuti italiani nel mondo, lavora senza coperture vaccinali.
Uno studio proposto nei giorni scorsi dal Sole 24 ore ci ammonisce che se il governo Draghi non riuscirà trasformare l’impegno assunto di accelerare le vaccinazioni in realtà, a questo ritmo, vaccineremo il 70% della popolazione solo il 4 gennaio 2026.