
Tutti vogliono dare le carte
California Split – Tutti vogliono dare le carte
«Se le regole non piacciono, si cambiano. E se non si possono cambiare, si cambia il tavolo.»
— Vladimir Putin
C’è un suono che attraversa California Split, film del 1974 diretto da Robert Altman: il fruscio costante delle carte. È un rumore di fondo, quasi un respiro meccanico. Le carte passano di mano, si mischiano, si alzano, si sporcano di dita e di sudore. Sono il ritmo del film e la sua metafora: chi le dà, comanda il tempo.
Altman, all’epoca, era reduce dal successo di MASH* e di Nashville. Hollywood lo considerava un anarchico gentile, un regista che non raccontava storie ma mondi. Con California Split mette in scena la sua ossessione: il gioco come microcosmo dell’America. Due uomini – Elliott Gould e George Segal – si incontrano in una sala da poker, diventano amici e complici di una deriva. Giocano, scommettono, bevono, vincono e perdono. Ma il denaro è solo il pretesto: ciò che li unisce è l’ebbrezza del rischio, l’illusione di controllare il caos.
Nel film non c’è un “plot” tradizionale. È più un flusso, un osservatorio di umanità in perenne scambio, un balletto di possibilità in cui nessuno domina davvero. Altman usa il sonoro in modo rivoluzionario: voci che si sovrappongono, risate di fondo, conversazioni che si perdono. Lo spettatore non ha più un centro visivo né morale — deve scegliere dove guardare, cosa ascoltare, a quale trama credere.
È un film che si comporta come un tavolo da gioco: ti offre carte diverse a ogni visione.
Eppure, sotto quella superficie casuale, si nasconde un disegno preciso. California Split non parla di vincere o perdere: parla di chi distribuisce le carte.
Altman mostra un mondo dove i giocatori si illudono di essere liberi, ma la libertà è solo un’altra regola del banco. La casa, dice uno dei personaggi, “vince sempre”. E quando il protagonista finalmente fa fortuna, si accorge che la vincita non gli appartiene. Il denaro è un effetto collaterale. La vera posta in gioco è psicologica: la sensazione di dominare il caso, anche solo per un attimo.
Altman gira come un antropologo della dipendenza. L’azzardo diventa un modo per abitare l’incertezza, per sentirsi vivi. Ma nel suo mondo il dealer – il croupier, il regolatore invisibile – è Dio, algoritmo e Stato insieme. È il mediatore che fissa le regole, sposta i confini, decide chi gioca e chi resta fuori.
Ecco perché il film, riletto oggi, sembra un trattato sul potere contemporaneo.
Viviamo dentro un California Split permanente. Le regole mutano mentre le seguiamo. Gli arbitri si moltiplicano: piattaforme digitali, mercati finanziari, sistemi di ranking, intelligenze artificiali che regolano ciò che vediamo, compriamo, leggiamo. Tutti vogliono “dare le carte”. La partita non è più quella del denaro, ma quella dell’attenzione. Non si gioca per vincere, ma per essere riconosciuti dal sistema — per ricevere una carta in più, un turno in più, una chance di esistere nel gioco.
«La morale è soltanto la forma che gli spiriti dominanti danno alle loro preferenze.»
— Oscar Wilde
Altman anticipa questa vertigine morale: un mondo dove il confine tra fortuna e manipolazione si è dissolto. Oggi chi decide le regole non lo fa più dichiarandole, ma modificando gli ambienti di gioco.
Le piattaforme non impongono leggi: aggiornano interfacce. Le banche centrali non cambiano la morale: cambiano i tassi. Gli Stati non dichiarano guerre: riscrivono protocolli. È la metamorfosi del potere – sottile, tecnica, quotidiana.
Nel film, i personaggi si muovono come avatar prima dell’era digitale: vincono e si disconnettono, perdono e ricominciano. L’unica costante è il rumore delle carte, come un sistema operativo di fondo. Ogni scena è un microcosmo di micro-regole: chi parla più forte, chi bara con stile, chi finge di lasciare. Nessuno è innocente, perché tutti vogliono, almeno per un istante, sentirsi il dealer.
E Wilde, nel suo sarcasmo da moralista esteta, lo aveva capito prima: la morale è l’arte di chi detta le regole fingendo che siano universali. Oggi è la morale della visibilità, della performance, dell’autonarrazione. Il potere non si impone, si programma.
«Chi stabilisce l’agenda, decide l’esito.»
— Henry Kissinger
Kissinger l’aveva detto per la diplomazia, ma vale per tutto: il potere è temporale, non spaziale.
Chi decide quando giocare, non deve più decidere come.
Nel mondo iperconnesso, il vero dealer è chi controlla la sequenza: chi gestisce il flusso di informazioni, chi apre e chi chiude le finestre di possibilità.
I mercati lo fanno con i cicli di volatilità, le piattaforme con gli algoritmi di ranking, la politica con le agende del giorno dopo. Ogni sistema di potere contemporaneo è un tavolo di Altman: apparentemente aperto, in realtà direzionato.
Eppure California Split non è un film disperato. È un film lucido. Non condanna il gioco, ne mostra il prezzo. Il suo finale — una vittoria senza gioia — è la diagnosi di un’epoca: quando tutto è possibile, nulla è più significativo.
Altman non credeva nelle regole morali, ma nella consapevolezza estetica. Non dice “smetti di giocare”, ma “guarda dove ti siedi”. È la sua lezione più attuale: in un mondo di dealer invisibili, la libertà non sta nel vincere, ma nel sapere a quali tavoli non sedersi.
Il potere oggi è ovunque si mischiano carte: nei consigli di amministrazione, nei server, nelle redazioni, nei salotti mediatici, nei vertici internazionali. Tutti con la stessa illusione di Altman: che basti un gesto, una carta girata bene, per cambiare il destino.
Ma il tavolo non è neutro.
E il dealer, come in ogni film di Altman, non perde mai.
Bibliografia
Filmografia
Altman, R. (Regista). (1974). California Split [Film]. Columbia Pictures.
Fonti primarie e interviste
Altman, R. (1992). Conversations with Robert Altman. University Press of Mississippi.
Gould, E., & Segal, G. (Intervistati). (2014). “Remembering California Split.” Los Angeles Review of Books.
Walsh, J. (2013). Interview in The Oral History of California Split, Criterion Collection Supplement.
Critica cinematografica e analisi
Bright Wall/Dark Room. (2020). The Real Gamble in California Split.
Rosenbaum, J. (2025). Robert Altman: The Games People Play. Sight & Sound, 95(3), 22–28.
Kael, P. (1974). “California Split.” The New Yorker, 19 agosto 1974.
Riferimenti culturali e aforistici
Kissinger, H. (1979). White House Years. Boston: Little, Brown and Company.
Putin, V. (2014, 24 ottobre). Address at the Valdai International Discussion Club. Sochi.
Wilde, O. (1891). The Soul of Man under Socialism. London: Arthur L. Humphreys.
Nietzsche, F. (1887). Zur Genealogie der Moral [Genealogia della morale]. Leipzig: C.G. Naumann.
Machiavelli, N. (1532). Il Principe. Firenze.
Economia e teoria del potere
Keynes, J. M. (1936). The General Theory of Employment, Interest and Money. London: Macmillan.
Soros, G. (1987). The Alchemy of Finance. New York: Simon & Schuster.
Friedman, M. (1962). Capitalism and Freedom. Chicago: University of Chicago Press.
Buffett, W. (2008). Annual Letter to Shareholders. Berkshire Hathaway Inc.
Letteratura e filosofia contemporanea
Baudrillard, J. (1970). La société de consommation. Paris: Denoël.
Orwell, G. (1949). Nineteen Eighty-Four. London: Secker & Warburg.
Voltaire. (1764). Dictionnaire philosophique. Genève.
Riferimenti filmici complementari
Mamet, D. (Regista). (1987). House of Games [Film]. Orion Pictures.
Scorsese, M. (Regista). (1995). Casino [Film]. Universal Pictures.
Dahl, J. (Regista). (1998). Rounders [Film]. Miramax.
Citazioni e proverbi
“Golden Rule.” (2018). In Quote Investigator.
(Origine della massima ‘Whoever has the gold makes the rules’ – striscia The Wizard of Id, 1965).
