
31 dicembre 2020
Berhanu Bayeh e Addis Tedla, dopo quasi trent’anni, lasceranno finalmente l’ambasciata italiana nella capitale etiope, Addis Abeba, dove si erano rifugiati per quasi 30 anni dopo la condanna a morte per crimini guerra.
Addis Tedla e Berhanu Bayeh erano, rispettivamente, il primo il capo di Stato Maggiore e il secondo ministro degli Esteri nonché ideologo marxista-leninista del governo dittatoriale di Menghistu,
Il presidente dell’Etiopia, Sahle-Work Zewde, donna di grande valore ed equilibrio, ha commutato, il 19 dicembre, le condanne a morte dei due in ergastolo. Il tribunale federale ha votato due a uno a favore della concessione della libertà sulla parola alla vigilia di Natale, dopo che il procuratore generale etiope, Gedion Timothewos, ha chiesto clemenza a causa della loro età avanzata.
Hailè Mariam Menghistu, detto il Negus Rosso, è stato dittatore dell’Etiopia dal 1977 al 1991. Dopo il crollo del regime è fuggito in Zimbabwe, dove attualmente vive e presta servizio come consulente per la sicurezza del governo.
Hailè Sellassiè ex Imperatore d’Etiopia, fu deposto da un putsch il 12 settembre 1974.c
il Derg, il Comitato militare dell’Etiopia, gestì il passaggio dalla monarchia, ma entrò in contrasto con una serie di gruppi di civili che ambivano anch’essi al controllo dell’Etiopia: tra essi spiccava il Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP, di tendenza a moderata).
Menghistu divenne capo plenipotenziario del Derg solo dopo il 3 febbraio 1977, quando in una sparatoria fu ucciso Tafari Bante, leader della giunta militare.
Grazie al prestigio acquisito e il suo peso politico, Menghistu prese il potere in qualità di capo di Stato, e consolidò immediatamente la sua posizione con l’esecuzione, il 13 novembre dello stesso anno, del suo più stretto collaboratore (e potenziale rivale), Atnafu Abatè,, accusandolo di attività contro-rivoluzionarie.
Tra il 1977-1978 Menghistu scatenò nel paese una violenta persecuzione contro i suoi avversari. I funzionari del vecchio governo imperiale, i nobili, i membri della Chiesa etiopica (tra cui il patriarca Theophilos) e sostenitori dell’EPRP (unico movimento di opposizione al Derg) furono braccati, catturati e trucidati con esecuzioni sommarie.
In questo periodo, chiamato Terrore rosso, il Governo di Menghistu impegnò anche grandi risorse nel tentare di reprimere la lotta di liberazione degli eritrei che, anche nella povertà di mezzi, riuscirono a creare seri problemi all’esercito di Addis Abeba. Sempre durante questo periodo l’Etiopia grazie all’aiuto militare cubano e sovietico riuscì a respingere l’invasione della Somalia dalla regione dell’Ogaden.
Nel triennio 1983-1985 il paese venne colpito da una carestia di vastissime proporzioni che portò alla morte di un milione di persone. Stremato dalle rivolte, dal collasso economico del paese, dalla siccità su larga scala e dal problema dei rifugiati, il regime venne nel 1991 deposto da una coalizione di forze ribelli, il FRDPE.
Menghistu fuggì in Zimbabwe, presso il suo alleato Robert Mugabe, dove tuttora risiede prestandosi come consigliere sulla sicurezza.
Dopo un processo durato 12 anni, nel 2007 è stato condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo per genocidio assieme a 108 alti funzionari del Derg. Il 26 maggio del 2008, l’appello, proposto dalla procura, è stato accolto dalla Corte suprema che lo ha condannato a morte (con altri 38 funzionari del regime militare) con questa sentenza:
«Considerato il ricorso in appello, secondo cui l’ergastolo non è una pena commisurata ai crimini commessi dal regime di Menghistu, la Corte ha deciso di condannare l’imputato a morte.» (Sentenza del 26 maggio 2008)
Gli atti del processo rivelano che centinaia di migliaia di studenti universitari, intellettuali e politici sono stati uccisi durante il governo di Menghistu. Amnesty International stima che un totale di 500 000 persone siano state uccise durante il Terrore rosso.
Il Terrore rosso (in amarico: ቀይ ሽብር, ḳäy šəbbər a volte traslitterato anche come Qey Shibir o Key Shibbir) è stata una violenta campagna politica in Etiopia ed Eritrea, ideata principalmente dall’allora presidente e dittatore Menghistu Hailè Mariàm, che fu applicata dalla giunta militare Derg, cominciata il 3 febbraio 1977.
Quando il regime cadde nel 1991, e il Fronte di liberazione popolare del Tigray si trasferì nella capitale
Bayeh, ora settantenne, e Tedla, ora ottantenne, cercarono rifugio e furono accolti nell’ambasciata italiana ad Addis Abeba. Dal 26 maggio 1991, sono stati confinati all’interno delle mura del complesso come “i noti ospiti”.
Addis Tedla e Berhanu Bayeh, rispettivamente capo di Stato Maggiore e ministro degli Esteri nonché ideologo marxista-leninista del governo dittatoriale di Menghistu, ora sono stati graziati dalla Corte federale etiope, secondo quanto scrive l’agenzia di stampa Ethiopian News Agency, ripresa dalla turca Anadolu Post.
La campagna del terrore rosso viene fatta partire ufficialmente con l’aggressivo discorso di Menghistu in piazza della Rivoluzione (precedentemente ed attualmente conosciuta come Mesqel Square), nel cuore di Addis Abeba, che comprendeva le parole “Morte ai controrivoluzionari! Morte al EPRP!”. Dopo aver pronunciato queste parole, il leader anticolonialista afferrò tre bottiglie di quello che sembrava essere sangue umano e le fracassò per terra per mostrare ciò che la rivoluzione avrebbe fatto ai suoi nemici.
Giudicati colpevoli di genocidio e condannati a morte per il loro ruolo nelle uccisioni di massa degli oppositori di Mengistu, sono stati protetti dalla nostra ambasciata per tutto questo tempo, nonostante il loro ruolo di “cattivi” della storia. La loro consegna è stata ripetutamente richiesta dal governo etiope succeduto a Menghistu, ma il governo italiano si è sempre rifiutato perché l’Italia è contraria alla pena di morte
Emanuela Claudia Del Re, Viceministro italiano agli Affari Esteri, ha recentemente dichiarato in un tweet: “Una vecchia pagina di storia è decisamente voltata”; ha aggiunto: “L’Italia e l’Etiopia condividono un futuro lungo e prospero insieme”.
“La vita è un diritto umano – la decisione di concedere la libertà vigilata a ex funzionari governativi è in sintonia con gli obblighi e gli impegni in materia di diritti umani”, ha affermato Daniel Bekele, commissario capo della Commissione etiope per i diritti umani, che si definisce un “cittadino indipendente”. Ha aggiunto: “È anche un indicatore simbolico dell’impegno dell’Etiopia a voltare pagina su uno dei capitoli più tristi della sua storia recente”.
Ad onor di cronaca, finora il caso di “ospitalità” diplomatica più lungo conosciuto, durato circa 15 anni, era stato quello di Jozsef Mindszenty, il capo della Chiesa cattolica in Ungheria. Il cardinale, che si opponeva all’intervento delle truppe sovietiche e temeva per la sua vita, chiese asilo all’ambasciata americana a Budapest nel 1956. Lasciò l’ambasciata nel 1971 e andò in esilio in Austria.