
il mondo al voto
Giovani in rivolta, guerre, petrolio e democrazie affaticate. Dal Brasile alla Francia, passando per gli Stati Uniti, sei mesi di elezioni dentro un ordine mondiale che non trova più il proprio equilibrio.
Le elezioni hanno un calendario. Le crisi molto meno.
Nei prossimi sei mesi si voterà in Paesi che raccolgono oltre un miliardo di abitanti. Circa un ottavo della popolazione mondiale. Si sceglieranno presidenti, parlamenti, maggioranze. Si conteranno schede, si commenteranno percentuali, si proclameranno vincitori.
Ma fuori dai seggi il mondo si sta muovendo più rapidamente delle sue istituzioni.
C’è un vento di rivolta che attraversa le generazioni più giovani. È passato dal Bangladesh, dal Nepal, dal Kenya, dal Madagascar, dal Marocco. Si manifesta nelle piazze serbe, nelle proteste francesi, nella difficoltà di una parte dei giovani europei a riconoscersi nel futuro che viene loro offerto.
È un nuovo Sessantotto? Non sembra, almeno per ora. Le storie sono diverse, come diversi sono i regimi, le condizioni economiche e gli spazi di libertà. Ma quando il mondo è in fermento, proteste nate lontane possono riconoscersi, influenzarsi, trovare parole comuni. L’onda lunga del cambiamento può acquistare una forza che all’inizio nessuno immaginava, fino a stravolgere equilibri considerati solidi.
Una frattura, intanto, si vede: la promessa che aveva tenuto insieme istruzione, lavoro e miglioramento sociale si è indebolita.
Si studia senza trovare una collocazione. Si lavora senza riuscire a comprare o affittare una casa. Si osservano patrimoni e posizioni trasmettersi dentro cerchie sempre più ristrette. La corruzione, dove è diffusa, rende quella distanza ancora più intollerabile: i sacrifici vengono chiesti a tutti, le opportunità sembrano riservate ad alcuni.
Da qui nasce una domanda politica che i partiti faticano a raccogliere. Talvolta perché non la capiscono. Talvolta perché ne sono il bersaglio.
Intanto la guerra è tornata a organizzare l’economia.
L’Ucraina, il Medio Oriente, il confronto con l’Iran, il Sudan, il Sahel. Conflitti diversi, che non possono essere ridotti a un’unica regia, ma che si incontrano nei mercati dell’energia, nelle forniture militari, nelle rotte commerciali, nelle migrazioni. Accanto alle guerre aperte rimangono i luoghi nei quali un incidente potrebbe diventare una crisi mondiale: Taiwan, il Mar Cinese meridionale, le frontiere contese.
Il petrolio attraversa tutto questo. Un passaggio marittimo minacciato diventa un costo di trasporto. Quel costo entra nella produzione, raggiunge il supermercato, riduce il salario reale. Alla fine arriva nella cabina elettorale.
La geopolitica si presenta anche così: nel conto che una famiglia non riesce più a far tornare.
Il mondo cerca un nuovo equilibrio fra le aree d’influenza. Gli Stati Uniti vogliono conservare il primato. La Cina pretende che il proprio peso economico trovi una corrispondenza politica. La Russia cerca di imporre il riconoscimento del proprio spazio strategico. India, Turchia e monarchie del Golfo contrattano margini di autonomia.
L’Europa discute quale parte assumere, mentre le decisioni degli altri restringono il tempo disponibile.
Non siamo però davanti alla semplice ricostruzione dei vecchi blocchi. Un Paese può commerciare soprattutto con Pechino, acquistare armi americane e dipendere dall’energia russa. Può partecipare ai BRICS e cercare investimenti occidentali. Le alleanze diventano negoziabili, gli interessi si sovrappongono.
Le elezioni si svolgeranno dentro questa incertezza.
Il Brasile apre la sequenza il 25 ottobre. Lula affronta Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Una sfida che misura anche la capacità del bolsonarismo di continuare oltre il proprio fondatore.
Il risultato rimane aperto. Ma il significato supera il confronto personale. Il Brasile è agricoltura, energia, Amazzonia, BRICS. È una potenza che cerca autonomia fra interlocutori concorrenti. Il suo orientamento influenza l’America Latina e riguarda direttamente chi discute di clima, commerci e nuovi equilibri internazionali.
Il Congresso spostato verso destra pone inoltre un problema a chiunque conquisti la presidenza: quanto del mandato elettorale potrà diventare decisione?
Il 3 novembre toccherà agli Stati Uniti. Donald Trump resterà alla Casa Bianca, ma le elezioni di metà mandato potranno cambiare il Congresso e le condizioni del suo potere.
È una distinzione importante. L’eventuale successo democratico rafforzerebbe controlli, opposizione parlamentare e capacità di condizionare bilanci e nomine. Non cancellerebbe i poteri presidenziali, né garantirebbe il ritorno alla politica americana che gli europei hanno conosciuto.
Anche perché quell’America era cambiata prima di Trump.
Il voto sarà un giudizio sui prezzi, sul lavoro, sull’immigrazione, sulla sicurezza. Verrà però letto a Mosca e a Kyiv, a Pechino e nelle capitali del Golfo. Chi dipende dalla protezione americana cercherà una conferma. Chi la contesta cercherà una debolezza.
In Francia, invece, si apre una successione. Il primo turno del 18 aprile 2027, seguito dal ballottaggio del 2 maggio, chiuderà la presidenza Macron. Il progetto nato per superare la divisione fra destra e sinistra dovrà dimostrare di poter sopravvivere al proprio fondatore.
Marine Le Pen cerca di raccogliere la domanda di ordine e il rifiuto delle classi dirigenti tradizionali. I suoi avversari restano divisi. Sullo sfondo si allarga la difficoltà di tenere insieme disciplina dei conti, protezione sociale e fiducia nelle istituzioni.
La Francia porta queste contraddizioni dentro il cuore dell’Europa. Possiede una forza militare autonoma, l’arma nucleare, un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza. La sua scelta presidenziale riguarda anche la possibilità europea di assumere una responsabilità comune.
Ma l’Eliseo non basta. Una presidenza senza una maggioranza parlamentare può vincere il voto e continuare a faticare nel governo.
È uno dei paradossi delle democrazie contemporanee: la richiesta di decisione cresce mentre si frammentano gli strumenti per decidere.
Prima della Francia voteranno altri Paesi che non possono essere lasciati ai margini del racconto. Israele il 27 ottobre, con Netanyahu chiamato a confrontarsi con il giudizio sulla sicurezza e sulla conduzione dei conflitti. Un suo eventuale allontanamento non comporterebbe automaticamente una diversa politica verso i palestinesi: l’alternanza dei protagonisti può convivere con una continuità strategica.
In Spagna, il 29 novembre, le anticipate volute da Sánchez porteranno al centro anche la questione della casa. Un tema apparentemente domestico, che contiene una crisi sociale più vasta. Quando l’abitazione diventa inaccessibile, si rinviano autonomia, famiglie, figli. Si modifica il rapporto fra generazioni.
In Serbia, il 25 ottobre, la mobilitazione studentesca si misurerà con il sistema di potere di Aleksandar Vučić. Qui la domanda è anche se la protesta possa costruire una rappresentanza, superando la distanza fra la forza della piazza e la durata di un progetto politico.
Poi c’è l’Africa, che continuiamo a osservare soprattutto quando una guerra o un’emergenza ci obbligano a farlo.
La Nigeria voterà il 16 gennaio per presidente e Parlamento. Il confronto sul secondo mandato di Bola Tinubu riguarda un grande Paese energetico e demografico, attraversato da insicurezza e profonde diseguaglianze. Le riforme saranno giudicate anche per ciò che avranno lasciato nelle condizioni di vita.
Capo Verde eleggerà il presidente il 15 novembre. Il Gambia affronterà le presidenziali il 5 dicembre e le legislative il 10 aprile. Appuntamenti meno visibili, ma importanti per osservare la tenuta dell’alternanza nell’Africa occidentale, dove diversi Stati sono tornati sotto il controllo dei militari.
Altrove è incerta persino l’apertura dei seggi. La Guinea-Bissau si avvia al rinvio del voto previsto per dicembre. In Sud Sudan resta indicato il 22 dicembre, fra conflitto e gravi difficoltà organizzative. La Somalia ha annunciato le parlamentari per il 15 aprile, dentro un percorso contestato.
La data scritta su un decreto, da sola, non costruisce un’elezione credibile.
In Asia centrale, il Kirghizistan voterà per la presidenza il 27 gennaio. È un Paese relativamente piccolo, dentro lo spazio nel quale si incontrano l’influenza russa e quella cinese. A Timor-Leste sono attese le presidenziali nel 2027, con una data ancora da confermare. Nel Pacifico, la Micronesia rinnoverà il Congresso il 2 marzo, in una regione sempre più rilevante nella competizione fra Washington e Pechino.
I Paesi che chiamiamo minori spesso lo sono soltanto nella nostra attenzione. La loro posizione geografica può renderli decisivi per una base, un porto, una rotta, un accordo diplomatico.
Questa stagione elettorale racconterà dunque qualcosa di più della fortuna delle destre o delle sinistre. Misurerà la capacità della politica di ricostruire fiducia in società che chiedono protezione e vedono aumentare l’incertezza.
La crisi della democrazia passa anche da questa distanza. Dal sospetto che scegliere serva poco, che le decisioni importanti vengano prese altrove, che le promesse cambino mentre i rapporti di potere rimangono intatti.
È un sospetto del quale possono impadronirsi forze molto diverse. Alcune cercano di riaprire la partecipazione. Altre chiedono più potere per risparmiare ai cittadini la fatica della politica. La promessa dell’uomo risolutivo trova spazio proprio quando le istituzioni smettono di apparire utili.
I giovani nelle piazze, le famiglie alle prese con i prezzi, i governi impegnati a conservare consenso e le potenze che ridisegnano le proprie aree d’influenza abitano lo stesso tempo. Ma non lo guardano dallo stesso luogo.
Le urne proveranno a dare una forma a queste tensioni. Perché un nuovo equilibrio possa durare, dovrà trovare posto anche per chi oggi si sente escluso. Altrimenti il mondo continuerà a cambiare fuori dai seggi, e la politica se ne accorgerà ancora una volta in ritardo.
