Crisi di Ceuta

La crisi di Ceuta

Il 15 agosto migliaia di persone potrebbero tentare di raggiungere il territorio spagnolo dal Marocco. Dietro una crisi apparentemente migratoria riemerge una partita molto più antica: Sahara Occidentale, Marocco, Algeria, Stati Uniti, Israele e un’Europa che scopre improvvisamente vulnerabile il proprio confine africano.

C’è una data che in questi giorni viene ripetuta sui telefoni cellulari di migliaia di giovani in Marocco: 15 agosto.

WhatsApp, Facebook, TikTok, Instagram. Messaggi in arabo e darija. Indicazioni sui percorsi, consigli, punti di ritrovo. Informazioni autentiche mescolate a notizie false, come quella secondo cui la Spagna avrebbe deciso di aprire temporaneamente la frontiera.

L’obiettivo è Ceuta.

I servizi spagnoli considerano credibile il rischio di un nuovo tentativo di attraversamento di massa. Madrid rafforza i controlli. Bruxelles osserva. Il Marocco assicura collaborazione.

Potrebbe non accadere nulla il 15 agosto. Potrebbe accadere prima. La data potrebbe persino essere un diversivo.

Ma qualcosa, in realtà, è già accaduto.

Una mobilitazione nata e cresciuta sui social è riuscita a mettere in allarme la Spagna e l’Unione europea.

E non sarebbe la prima volta.

Alla fine di luglio una massa enorme di persone si è riversata verso Ceuta. Oltre 70.000 ingressi irregolari sono stati registrati dalle autorità spagnole e decine di persone sono morte, soprattutto in mare e nella calca. I video degli attraversamenti, moltiplicati dai social, hanno contribuito a loro volta ad attirare altre persone verso la frontiera.

Per alcune ore il confine tra Africa ed Europa è sembrato dissolversi.

Non era semplicemente la frontiera della Spagna.

Ceuta è Europa.

È territorio spagnolo e, quindi, territorio dell’Unione europea, pur godendo di un particolare regime doganale e fiscale.

Questo è il primo elemento che rende la vicenda molto più importante di una crisi migratoria.

Esiste un punto nel quale l’Europa può essere raggiunta dall’Africa attraversando una recinzione o entrando in mare per poche centinaia di metri.

E la stabilità di quel punto dipende anche dalla collaborazione del Marocco.

Le autorità marocchine hanno fornito una spiegazione degli avvenimenti di luglio: disinformazione sui social, interpretazioni errate di alcune decisioni giudiziarie spagnole e reti di trafficanti avrebbero convinto migliaia di giovani che fosse diventato improvvisamente facile entrare in Europa.

È una spiegazione possibile.

Ed è necessario essere chiari: non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, una prova che il governo marocchino abbia organizzato gli attraversamenti.

Ma rimangono alcune domande.

Il Marocco era in grado di impedirli?

Se lo era, perché non è riuscito a farlo?

E soprattutto: quanto può diventare politicamente efficace la semplice possibilità di aprire o chiudere quella frontiera?

La domanda non è nuova.

Nel maggio 2021 circa ottomila persone entrarono a Ceuta in poco più di ventiquattro ore. Accadde nel momento di massima tensione diplomatica fra Madrid e Rabat.

La Spagna aveva consentito il ricovero ospedaliero di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, storico avversario del Marocco.

I controlli marocchini si allentarono.

La frontiera divenne improvvisamente permeabile.

Migliaia di persone entrarono a Ceuta.

La reazione europea fu durissima. Il Parlamento europeo denunciò l’utilizzazione della migrazione e dei controlli di frontiera come strumenti di pressione politica.

Pochi mesi dopo cominciò però il riavvicinamento tra Madrid e Rabat.

Nel marzo 2022 Pedro Sánchez cambiò una posizione che la Spagna aveva mantenuto per decenni e definì il progetto marocchino di autonomia del Sahara Occidentale «la base più seria, realistica e credibile» per la soluzione del conflitto.

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi bisogna però tornare ancora più indietro.

Al 1975.

Il Sahara Occidentale era ancora una colonia spagnola.

Il Marocco ne rivendicava la sovranità.

Il 16 ottobre la Corte internazionale di giustizia riconobbe l’esistenza di alcuni legami storici tra il sultano del Marocco e alcune tribù sahrawi, ma stabilì che tali legami non erano sufficienti a cancellare il diritto della popolazione del territorio all’autodeterminazione.

Hassan II reagì con una mossa straordinariamente efficace.

Non mandò l’esercito.

Mandò il popolo.

Circa 350.000 marocchini furono convocati verso il Sahara spagnolo.

Uomini e donne. Bandiere marocchine. Ritratti del sovrano. Corani.

Era la Marcia Verde.

La Spagna si trovò davanti a un problema quasi insolubile: fermare militarmente centinaia di migliaia di civili avrebbe potuto provocare una strage.

Franco stava morendo. Madrid non aveva alcuna intenzione di iniziare una nuova guerra africana.

Pochi giorni dopo vennero conclusi gli accordi di Madrid.

La Spagna abbandonò il Sahara.

Ma quella vicenda aveva radici ancora più lontane.

Tra il 1957 e il 1958 Spagna e Marocco si erano già combattuti nella guerra di Ifni.

Il nuovo Regno marocchino, indipendente dal 1956, sosteneva le forze che combattevano la presenza coloniale spagnola e perseguiva una concezione territoriale del Marocco molto più ampia dei confini lasciati dalle potenze coloniali.

Ifni sarebbe tornata al Marocco nel 1969.

Il Sahara no.

Dalla ritirata spagnola nacquero una guerra, il Fronte Polisario, la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, l’intervento dell’Algeria, il muro marocchino nel deserto, i campi profughi di Tindouf e un referendum di autodeterminazione promesso dalle Nazioni Unite e mai celebrato.

Sono trascorsi cinquant’anni.

Il Marocco controlla oggi la maggior parte del Sahara Occidentale.

Ma negli ultimi anni qualcosa è profondamente cambiato.

Nel dicembre 2020 Donald Trump ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

La decisione faceva parte del più vasto accordo attraverso il quale il Marocco normalizzava le proprie relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo.

Era una svolta.

Per decenni Washington aveva sostenuto il processo delle Nazioni Unite senza riconoscere formalmente la sovranità marocchina.

Trump ruppe quell’equilibrio.

E gli Stati Uniti non sono tornati indietro.

L’amministrazione americana continua a considerare il piano marocchino di autonomia la soluzione realistica del conflitto e mantiene il riconoscimento della sovranità di Rabat sul territorio.

Ma nelle ultime settimane il rapporto tra Trump e Mohammed VI ha assunto una forma quasi monumentale.

Il Marocco ha deciso di dedicare a Donald J. Trump la grande arteria Tiznit-Dakhla, oltre mille chilometri che collegano il sud del Regno con Dakhla, nel Sahara Occidentale.

Trump ha pubblicamente ringraziato re Mohammed VI, definendo la decisione un grande onore.

Potrebbe sembrare una curiosità diplomatica.

Non lo è.

Perché non è stata scelta una strada di Rabat o Casablanca.

È stata scelta proprio la grande direttrice che collega il Marocco al Sahara Occidentale e che costituisce una delle infrastrutture fondamentali della progressiva integrazione economica del territorio nel Regno.

La strada conduce verso Dakhla, dove il Marocco sta realizzando un grande porto atlantico destinato a diventare un nodo delle comunicazioni commerciali tra il Mediterraneo, l’Africa occidentale e l’Atlantico.

Chiamarla Donald J. Trump Highway significa trasformare la toponomastica in una dichiarazione politica.

Trump è il presidente che ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

Mohammed VI gli dedica la strada che conduce attraverso quello stesso territorio.

Se il riconoscimento del 2020 era una dichiarazione diplomatica, la Donald J. Trump Highway ne è quasi la traduzione geografica.

E la scelta acquista un significato ancora maggiore se collocata nel momento attuale.

Perché il Marocco non è più soltanto un alleato degli Stati Uniti.

È diventato anche un partner strategico di Israele.

Nel 2023 Israele ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Contemporaneamente sono cresciute la cooperazione militare, tecnologica e di intelligence tra i due Paesi.

Dall’altra parte c’è l’Algeria.

Algeri sostiene il Polisario, mantiene una politica estera tradizionalmente autonoma, conserva importanti rapporti militari con Mosca, non ha relazioni diplomatiche con Israele ed è uno dei principali fornitori energetici dell’Europa.

Il Sahara Occidentale è così diventato molto più di una disputa sulla decolonizzazione.

È una delle linee di faglia del Mediterraneo.

Da una parte un Marocco sempre più vicino agli Stati Uniti e a Israele.

Dall’altra un’Algeria che considera il rafforzamento marocchino e la presenza strategica israeliana nella regione una minaccia ai propri equilibri di sicurezza.

In mezzo c’è l’Europa.

Ed è forse proprio l’Europa il soggetto più vulnerabile.

Perché ha bisogno dell’Algeria per il gas.

Ha bisogno del Marocco per controllare le migrazioni.

Ha bisogno di entrambi per la stabilità del Mediterraneo e del Sahel.

E contemporaneamente dovrebbe difendere il diritto internazionale, sostenere la Spagna e garantire l’inviolabilità della propria frontiera.

Una posizione estremamente difficile.

Il rapporto tra Madrid e Rabat rende la contraddizione ancora più evidente.

La Spagna considera ormai il piano marocchino per il Sahara la soluzione più realistica.

Ma il Marocco non ha formalmente rinunciato alle proprie storiche rivendicazioni su Ceuta e Melilla.

Ed ecco apparire il paradosso.

Madrid accetta progressivamente l’idea che il Sahara possa essere ricondotto definitivamente alla sovranità marocchina attraverso una soluzione autonomistica.

Rabat potrebbe allora domandare: e Ceuta? E Melilla?

La risposta giuridica spagnola è forte.

Il Sahara Occidentale figura dal 1963 nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi.

Ceuta e Melilla no.

Gli abitanti delle due città sono cittadini spagnoli, eleggono democraticamente le proprie istituzioni e le città fanno parte dell’ordinamento costituzionale spagnolo e dell’Unione europea.

Giuridicamente sono casi diversi.

Geopoliticamente, però, la distinzione è meno rassicurante.

Per mettere in difficoltà Ceuta non occorre conquistarla.

È sufficiente rendere permeabile la frontiera.

Ed è qui che il 15 agosto 2026 assume un significato che supera di molto la cronaca.

Secondo le informazioni raccolte dalla stampa spagnola, nei gruppi social vengono diffuse indicazioni e inviti per raggiungere Ceuta.

Alcune informazioni sono autentiche, altre palesemente false.

Ma nella disinformazione non è necessario che una notizia sia vera.

È necessario che qualcuno ci creda.

Quanto accaduto alla fine di luglio dimostra la potenza del meccanismo.

Reuters ha ricostruito come video virali, influencer e una lettura errata di una sentenza del Tribunal Supremo spagnolo abbiano contribuito a convincere decine di migliaia di persone che attraversare la frontiera fosse improvvisamente diventato più facile.

I video di coloro che erano riusciti a entrare a Ceuta producevano nuovi candidati alla traversata.

Il messaggio diventava comportamento.

Il comportamento diventava immagine.

L’immagine, nuovamente diffusa sui social, produceva altri comportamenti.

Un circuito di mobilitazione che può svilupparsi con una rapidità sconosciuta alle migrazioni del passato.

Le autorità marocchine hanno reagito anche giudiziariamente, perseguendo persone accusate di organizzare gli attraversamenti.

Questo è un elemento importante e impedisce qualsiasi conclusione semplicistica circa un coinvolgimento diretto dello Stato marocchino.

Rimane tuttavia la domanda fondamentale:

chi sta realmente mobilitando queste persone?

Trafficanti?

Influencer?

Gruppi spontanei?

Reti criminali?

Una campagna di disinformazione?

Oppure ci troviamo davanti a un fenomeno più complesso, nel quale iniziativa spontanea, criminalità, propaganda e interesse politico finiscono per sovrapporsi?

È il territorio tipico delle cosiddette strategie della zona grigia.

Non c’è bisogno di un ordine scritto.

Non ci sono carri armati.

Non è neppure necessario che uno Stato organizzi direttamente un’operazione.

Può essere sufficiente lasciare accadere ciò che risulta conveniente e impedire ciò che non lo è.

Nel 1975 Hassan II aveva bisogno della radio, della televisione, di migliaia di autobus e di un’organizzazione logistica gigantesca per portare 350.000 persone verso il Sahara.

Nel 2026 può bastare uno smartphone.

Questa è forse la vera differenza tra la prima e una possibile nuova Marcia Verde.

La prima serviva a occupare uno spazio.

La seconda potrebbe servire a condizionare una decisione.

Naturalmente non sappiamo se esista una regia politica marocchina.

Affermarlo oggi significherebbe trasformare un’ipotesi in un fatto.

Ma sappiamo qualcosa di altrettanto importante.

La semplice possibilità di mobilitare migliaia di persone attraverso i social è sufficiente a costringere la Spagna a mobilitare polizia, Guardia Civil e intelligence e l’Unione europea a interrogarsi sulla sicurezza della propria frontiera meridionale.

La crisi ha già oltrepassato Ceuta.

Dopo gli eventi di luglio i ministri europei dell’Interno sono stati costretti a confrontarsi in emergenza sulla sicurezza delle frontiere, sulla disinformazione, sui trafficanti e sulla cooperazione con gli Stati terzi.

Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione Magnus Brunner ha espresso il problema in termini particolarmente significativi: l’Europa deve utilizzare gli strumenti di cui dispone — compresi quelli commerciali e dei visti — per ottenere dal Marocco una cooperazione efficace.

È un’ammissione indiretta della vulnerabilità europea.

Una pressione esercitata su pochi chilometri di confine africano può propagarsi all’intera Unione.

Il Marocco dispone così, oggettivamente, di una leva straordinaria.

Può essere contemporaneamente il Paese dal quale proviene la pressione migratoria e il partner indispensabile per fermarla.

Gli Stati Uniti osservano da una posizione completamente diversa.

Trump ha scelto apertamente Rabat nella questione sahrawi.

Israele ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e sviluppato con Rabat una crescente cooperazione militare e di intelligence.

Non abbiamo elementi per sostenere che Stati Uniti o Israele abbiano avuto alcun ruolo nelle mobilitazioni verso Ceuta.

Sarebbe una conclusione priva di prove.

Possiamo però osservare gli interessi.

Un Marocco più forte ridimensiona strategicamente l’Algeria.

Un’Algeria relativamente meno influente significa minore spazio per la Russia nel Maghreb, maggiore spazio per gli Accordi di Abramo e un diverso equilibrio nel Mediterraneo occidentale.

E un’Europa costretta a scegliere continuamente tra il gas algerino e il controllo migratorio marocchino è un’Europa meno autonoma.

Non occorre immaginare una cospirazione.

In geopolitica spesso è sufficiente che gli interessi convergano.

Rimane infine una domanda.

Perché annunciare il 15 agosto?

Se l’obiettivo fosse semplicemente attraversare clandestinamente una frontiera, indicare pubblicamente giorno, luogo e modalità dell’operazione sarebbe irrazionale.

La Guardia Civil sarà pronta.

I servizi spagnoli stanno controllando i social.

Il Marocco ha promesso di rafforzare la sorveglianza.

Bruxelles è stata avvertita.

Forse, allora, l’obiettivo della convocazione non è soltanto attraversare la frontiera.

Potrebbe essere sufficiente dimostrare che si può tentare di farlo.

Costringere la Spagna a mobilitarsi.

Mettere in allarme Bruxelles.

Mostrare quanto sia vulnerabile la frontiera meridionale dell’Unione.

Ricordare all’Europa che la sua sicurezza dipende dalla collaborazione di un Paese che non appartiene all’Unione.

Il 15 agosto potrebbe non accadere nulla.

Ma se così fosse non significherebbe necessariamente che la minaccia sia stata irrilevante.

Perché la mobilitazione ha già prodotto il suo primo risultato.

L’Europa sta aspettando.

Nel 1975 centinaia di migliaia di uomini e donne marciavano nel deserto portando bandiere verdi.

Cinquant’anni dopo non hanno bisogno di una bandiera.

Hanno un telefono.

FONTI E RIFERIMENTI

Corte internazionale di giustizia – Western Sahara, Advisory Opinion, 16 ottobre 1975.
Documento fondamentale sullo status del Sahara Occidentale e sui rapporti storici tra il territorio, il Marocco e la Mauritania. La Corte riconobbe l’esistenza di alcuni legami giuridici storici, ma non tali da eliminare l’applicazione del principio di autodeterminazione.

Nazioni Unite – The United Nations and Decolonization, Western Sahara.
Scheda ufficiale ONU. Il Sahara Occidentale figura nell’elenco dei Non-Self-Governing Territories dal 1963. La pagina raccoglie anche la documentazione delle Nazioni Unite relativa al processo di decolonizzazione e alla MINURSO.

Nazioni Unite – List of Non-Self-Governing Territories.
Elenco ufficiale dei territori non autonomi. Consente anche di verificare la differenza giuridica fondamentale tra il Sahara Occidentale, presente nell’elenco, e Ceuta e Melilla, che non vi figurano.

Parlamento europeo – Risoluzione sulla crisi migratoria di Ceuta, giugno 2021.
Documentazione relativa alla crisi del maggio 2021 e alle accuse di utilizzazione della migrazione e dei controlli di frontiera come strumento di pressione politica nei rapporti tra Marocco e Spagna.

Presidenza del Governo spagnolo – Declaración conjunta España-Marruecos, 7 aprile 2022.
Documento ufficiale sul nuovo rapporto strategico tra Madrid e Rabat dopo il cambiamento della posizione del governo Sánchez sul Sahara Occidentale e sul piano marocchino di autonomia.

Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – Documentazione sulla posizione americana relativa al Sahara Occidentale.
Fonti ufficiali statunitensi sul riconoscimento della sovranità marocchina deciso dall’amministrazione Trump nel dicembre 2020 e sul successivo sostegno americano al piano di autonomia proposto da Rabat.

Consiglio dell’Unione europea – UE-Marocco, XV Consiglio di associazione, 29 gennaio 2026.
Documento particolarmente importante per comprendere l’evoluzione della posizione europea: l’UE sostiene ormai negoziati basati sulla proposta marocchina di autonomia, pur continuando a richiamare il principio dell’autodeterminazione.

Corte di giustizia dell’Unione europea – sentenze del 4 ottobre 2024 relative agli accordi UE-Marocco e al Sahara Occidentale.
La Corte ribadisce lo status separato e distinto del Sahara Occidentale rispetto al Marocco e il rilievo del consenso del popolo del territorio negli accordi che lo riguardano. È essenziale per comprendere la tensione esistente tra evoluzione politica europea e quadro giuridico.

Reuters, 2 agosto 2026 – Death toll from migrant rush into Spanish enclave in North Africa rises to 72.
Ricostruzione della crisi di Ceuta di fine luglio, delle dimensioni dell’afflusso, delle vittime e della reazione delle autorità spagnole e marocchine.

Reuters, 4 agosto 2026 – The viral videos that inspired tens of thousands to swim to Spain’s Ceuta.
Inchiesta sulla funzione svolta da video virali, influencer, social network e interpretazioni errate delle decisioni giudiziarie spagnole nella mobilitazione verso Ceuta.

Reuters, 4 agosto 2026 – EU ministers seek tougher migration response after Ceuta influx.
Ricostruzione della reazione europea alla crisi, della riunione straordinaria dei ministri dell’Interno e delle proposte riguardanti sicurezza delle frontiere, disinformazione, trafficanti e rapporti con gli Stati terzi.

Reuters, 6 agosto 2026 – EU should use leverage with Morocco after Ceuta crossings, EU migration chief says.
Intervista al commissario europeo Magnus Brunner. È particolarmente significativa per il nostro ragionamento perché affronta direttamente la vulnerabilità europea derivante dalla dipendenza dalla cooperazione dei Paesi confinanti e la possibilità di utilizzare commercio e politica dei visti come strumenti nei confronti del Marocco.

RTVE – Informazioni e verifiche sulla mobilitazione social annunciata verso Ceuta per il 15 agosto 2026.
Ricostruzioni della televisione pubblica spagnola sui messaggi circolanti nei gruppi WhatsApp e sui social, sulle indicazioni relative agli attraversamenti e sulla preparazione delle autorità spagnole.

Stampa spagnola e internazionale, luglio-agosto 2026 – Tiznit-Dakhla / President Donald J. Trump Highway.
Cronache relative alla decisione marocchina di dedicare a Donald Trump l’arteria di circa 1.055 chilometri che collega Tiznit con Laâyoune e Dakhla e alla risposta pubblica del presidente americano. L’episodio assume particolare significato politico perché parte del percorso attraversa il Sahara Occidentale controllato dal Marocco.

Documentazione ONU – MINURSO, United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara.
Fonte per la storia del cessate il fuoco, della missione delle Nazioni Unite e del referendum di autodeterminazione previsto ma mai realizzato.

Documentazione storica sulla guerra di Ifni, 1957-1958.
Per l’inquadramento storico sono da consultare gli studi sulla guerra di Ifni-Sahara, sull’Esercito di Liberazione marocchino, sull’intervento militare franco-spagnolo e sugli accordi di Angra de Cintra del 1958, oltre alla successiva restituzione di Ifni al Marocco nel 1969.